Un mondo globalizzato, un mondo di migranti
Dei 6 miliardi e mezzo di abitanti del pianeta solo
960 milioni risiedono nei paesi a sviluppo avanzato. Vi
sono in India 35 città con più di un milione di abitanti
e altre 45 in Cina, delle quali gli occidentali difficilmente
conoscono il nome. Anche di questa popolazione
lontana e dei suoi bisogni la mobilità è, a suo modo,
un’espressione. 1 miliardo e 400 milioni di persone
vivono con meno di due dollari al giorno e 192 milioni
sono i disoccupati. Solo in Cina sono 400 milioni gli
abitanti al di sotto della soglia di povertà. Dividendo la
ricchezza prodotta per il numero degli abitanti, ogni
persona dovrebbe ricevere annualmente 9.250 dollari
ma le cose non stanno in questi termini: si va dai
5.200 dollari spettanti ai Paesi in via di sviluppo ai
32.600 dollari dei paesi a sviluppo avanzato, dai 1.100
dollari dell’Africa Subshariana ai 27.500 dollari dell’Unione
europea e ai 40.750 dollari del Nord America.
Di queste differenze i flussi migratori sono un regolatore,
anche se non l’unico.
Questi dati di contesto aiutano a capire perché nel
mondo vi siano 191 milioni di immigrati, di cui 20
milioni richiedenti asilo o rifugiati, ai quali si aggiungono
– secondo stime - 30-40 milioni in situazione
irregolare e 600-800 mila persone vittime della tratta.
Il flusso migratorio diventerà ancora più intenso quando
i migranti dalle aree a maggiore pressione demografica
(tra le quali l’Africa Subsahariana) disporranno di
maggiori mezzi per spostarsi e sottrarsi così all’attuale
stato di disperazione. La necessità di promuovere maggiormente
lo sviluppo in loco, che costituisce un investimento
a lungo termine, lascia in essere la necessità
dei flussi migratori, che rappresentano una valvola di
sfogo indispensabile in un contesto di globalizzazione.
Gli Stati Uniti sono il primo protagonista in questo
scenario non solo sul piano produttivo ma anche come
area di massima immigrazione.
Anche la Cina è tra i principali protagonisti del
nuovo mondo globalizzato, con la diffusione dei suoi
prodotti e con una collettività di 34 milioni di persone
all’estero, che assicurano un gettito di rimesse di 21,3
miliardi di dollari l’anno.
L’Italia si inserisce in tale contesto non solo per l’esportazione
dei suoi prodotti, ma anche per il fatto che
all’estero vivono più di 3 milioni di cittadini italiani e
più di 60 milioni di oriundi, e anche per essere diventata
ormai da decenni un’area di grande immigrazione
con un ritmo d’aumento sensibilmente sostenuto. Come
evidenziato alla presentazione del “Rapporto Italiani
nel Mondo”, la mobilità, anziché un condizionamento
negativo, deve essere considerato un fattore di affermazione.
2
L’Europa e l’immigrazione: bisogno e timore
Alla fine del 2004 i cittadini stranieri nei 25 Stati membri
dell’Unione, escludendo quelli che hanno già acquisito la cittadinanza,
sono risultati 26 milioni e 61mila su una popolazione
di 457 milioni di abitanti e un’incidenza di poco superiore
al 5%, con punte del 9% in Germania e in Austria,
dell’8% in Spagna, del 5% nel Regno Unito e in Francia e
superiore al 4% in Italia (quota salita, secondo il Dossier, al
5,2% l’anno successivo).
L’Unione Europea si presenta così come un’area ad alta
concentrazione di immigrati, la cui presenza costituisce una
necessità demografica, perché il Vecchio continente, anche se
è prevista un’immigrazione netta di 40 milioni di persone, nel
2050 vedrà comunque diminuire di 7 milioni di unità la
popolazione nel suo complesso e di 52 milioni di unità la
popolazione in età da lavoro.
Nonostante queste implicazioni quantitative e la lunga
esperienza storica per essere stata una grande area di esodo
fino alla seconda guerra mondiale, l’Unione Europea sta
vivendo un atteggiamento tormentato nei confronti dell’immigrazione
e ciò ha influito, sia in Francia che in Olanda,
sulla mancata accettazione della costituzione europea. È
costitutiva dell’idea dell’Europa Unita la libertà di viaggiare e
di lavorare (53% degli intervistati: Eurobarometro 2006),
anche se a essersi effettivamente spostato è solo l’1,5% dei
cittadini dell’UE a 25, percentuale rimasta invariata negli
ultimi 30 anni. Ciò rende indispensabile l’apporto della manodopera
immigrata, che però è connessa con la paura di un’invasione
e del dumping sociale.
Stenta a vedere la luce una normativa comune in materia
di immigrazione e l’accordo sembra possibile solo per alcune
categorie specifiche (come, ad esempio, per i lavoratori altamente
qualificati). Neppure l’ampio dibattito seguito al “Libro
verde sull’immigrazione” (gennaio 2005) ha sbloccato la situazione
e le soluzioni vengono inquadrate diversamente dal Centro-
Nord Europa e dall’Europa mediterranea che è a diretto
contatto con le aree di esodo. Il lavoro nero continua ad essere
in larga misura un regolatore del mercato mentre l’azione
dei trafficanti sconfina spesso nella morte dei migranti, non
importa se via terra o via mare: secondo l’Ong United sono
stati circa 5.000 i morti di frontiera nell’ultimo decennio.
Le norme restrittive sulla libera circolazione da estendere
ai nuovi Stati membri hanno mostrato la difficoltà dell’Unione
ad assorbire l’allargamento, che peraltro attende di essere
completato con l’inclusione della Romania e la Bulgaria, e ad
affrontare in maniera non emarginante il rapporto con gli
altri Stati confinanti. A titolo d’esempio va segnalata l’Ucraina,
un paese dove si concentra il 70% del transito irregolare,
destinato a diventare area di grande esodo e probabilmente
anche il primo in Italia per numero di provenienze.
L’Italia nel panorama migratorio internazionale
Il numero degli immigrati regolari in Italia ha quasi raggiunto
quello degli emigrati italiani nel mondo. Secondo la
stima del Dossier Caritas/Migrantes gli immigrati sono
3.035.000 alla fine del 2005: a questo risultato si perviene
tenendo conto dei dati registrati dal Ministero dell’Interno,
del numero dei minori e di una quota di permessi di soggiorno
in corso di rinnovo.
L’Italia si colloca, così, accanto ai grandi paesi europei di
immigrazione: Germania (7.287.980), Spagna (3.371.394),
Francia (3.263.186) e Gran Bretagna (2.857.000). L’aumento
degli immigrati in Italia nel 2005 è dovuto sia ai nuovi arrivi
(187.000) che alle nascite di figli di cittadini stranieri
(52.000). Nel prossimo futuro deve essere messo in conto un
aumento ancor più rilevante, come hanno dimostrato le
485.000 domande di assunzione presentate nel mese di
marzo 2006 per fruire delle quote stabilite dal Decreto Flussi
(170.000, quindi quasi tre volte inferiori alle necessità). Se si
tiene conto del deficit demografico italiano e della pressione
dei paesi d’origine, è realistico stimare l’impatto in entrata in
almeno 300 mila unità l’anno.
Ogni 10 stranieri, 5 sono europei, 2 africani, 2 asiatici e 1
americano. 30 anni fa erano euroamericani 9 su 10. Nel 1970
i comunitari in provenienza dai 10 Stati membri di allora
erano 4 ogni 10 presenze, oggi è comunitario solo 1 ogni 10
nonostante l’ampliamento dell’Unione a 25.
I soggiornanti dei paesi dell’Est Europa sono circa 1 milione:
i principali gruppi sono, tra gli extracomunitari, quello
albanese e ucraino; tra i comunitari, quello polacco; tra gli
Stati che si accingono ad entrare nella UE, quello romeno
(che è in assoluto il più numeroso). Tra i continenti, per l’Africa
il primo gruppo è quello marocchino, per l’Asia il cinese
e il filippino, per l’America il peruviano e lo statunitense. Dall’America
Latina, in particolare dall’Uruguay e dall’Argentina,
vi è un flusso di oriundi italiani che vengono formalmente
come turisti, per completare la pratica relativa all’acquisizione
della cittadinanza italiana per ascendenza, per poi spostarsi
successivamente in Spagna dove gli italiani sono
56.000, per lo più originari del Sud America.
IL CONTESTO ITALIANO
Immigrazione e insediamento territoriale
È del 5,2% l’incidenza degli immigrati sulla popolazione
italiana, con 1 immigrato ogni 19 residenti (1 ogni 14 nel
Centro e nel Nord Est, 1 ogni 16 nel Nord, 1 ogni 15 nel Centro).
Tra dieci anni l’incidenza sarà raddoppiata e verranno
superati i valori che oggi si riscontrano in Germania e in
Austria. Le province con il più alto tasso di incidenza della
popolazione straniera sono: Prato 12,6%, Brescia 10,2%,
Roma 9,5%, Pordenone 9,4%, Reggio Emilia 9,3%, Treviso
8,9%, Firenze 8,7%, Modena 8,6%, Macerata e Trieste 8,1%.
Gli immigrati sono diffusi in tutto il paese, seppure in
maniera differenziata: Nord 59,5%, Centro 27% e Meridione
13,5%. La tendenza in atto privilegia un certo deflusso dai
comuni capoluogo, perché quelli della cintura metropolitana
soddisfano meglio le esigenze abitative dei nuovi venuti:
questo si rileva anche dall’ubicazione delle case acquistate
dagli immigrati nel 2005 a Roma (12.000) e a Milano
(9.900).
Roma e Milano detengono, rispettivamente, l’11,4% e il
10,9% della popolazione straniera e tutto lascia intendere
che a breve verrà scalzato il primato che Roma ha detenuto
fin dall’inizio dell’immigrazione. Del resto la Lombardia è già
la prima regione, perché accoglie da sola quasi un quarto di
tutta la popolazione straniera.
La maggioranza dei permessi di soggiorno è a carattere
stabile, per cui più di 9 su 10 immigrati sono presenti per
lavoro (62,6%) e per famiglia (29,3%), ai quali si aggiungono
altri motivi anch’essi connessi con una certa stabilità del
soggiorno (motivi religiosi, residenza elettiva, corsi pluriennali
di studio).
La diversità dei luoghi di origine determina la co-presenza
di molte fedi: cristiani (49,1%), musulmani (33,2%), religioni
orientali (4,4%). Sono 1 milione e mezzo i cristiani provenienti
da altri paesi, con cattolici e ortodossi che quasi si
equivalgono (circa 660.000 unità ciascuno). Vi sono poi 1
milione di musulmani, e tra i 50 e i 100 mila induisti e buddisti,
oltre a 350.000 o non credenti o classificabili nelle religioni
prima menzionate.
Gli immigrati che hanno già maturato 5 anni di soggiorno
sono, secondo la stima del Dossier, 1 milione 200 mila, mentre
i cittadini non appartenenti all’Unione Europea titolari di
carta di soggiorno sono solo 396.000, così ripartiti per aree
d’origine: Est Europa 125.408, Nord Africa 109.461, Asia
79.259, altri paesi africani 51.124, America Latina 27.768.
Tra i gruppi nazionali vengono per primi il Marocco (71.818:
3 titolari ogni 10 soggiornanti), l’Albania (57.107: 2 su 10) e
la Romania (19.547: 1 su 10). A Bolzano il 46,6% dei soggiornanti
ha ottenuto la carta di soggiorno, a Cagliari solo il
10%. Questa categoria di persone stabilmente insediate è,
naturalmente, destinata ad aumentare.
Immigrazione e aspetti demografici
In Italia l’immigrazione diventerà sempre più l’unico fattore
di crescita demografica in grado di porre rimedio alla
prevalenza dei decessi sulle nascite. Gli ultrasessantacinquenni
diventeranno a metà secolo più di un terzo dei residenti e,
rispetto alla popolazione in età da lavoro che si ridurrà notevolmente
(sarà attivo appena 1 su 2 anziché 2 su 3 come
avviene attualmente), incideranno per il 66% (attualmente
incidono per il 28,9%).
Gli immigrati sono in Italia una popolazione giovane, concentrata
per il 70% nella fascia d’età 15-44 anni (solo il
47,5% degli italiani, invece, si colloca in quella fascia).
Tra gli immigrati prevalgono le persone sposate (52,7% del
totale delle presenze), anche se spesso sono rimasti in patria
i figli e il coniuge, come attesta il forte flusso di ricongiungimenti
(100 mila l’anno). Si riscontra una sostanziale parità
tra uomini e donne (queste ultime essendo il 49,9%), le quali
in alcune regioni, come il Lazio e la Campania, sono la maggioranza
per il crescente bisogno della loro presenza nei servizi
alla famiglia e alle persone.
La fecondità è più alta tra le donne straniere, in media
con 2,4 figli (4 per le marocchine, 1,7 per le polacche e le
romene e solo 1,25 per le donne italiane). I cittadini stranieri,
dai quali nel 2005 sono nati 52.000 bambini, hanno inciso
per il 9,4% sulle nuove nascite. Tra le immigrate vi sono più
divorziate rispetto alle italiane (2,5% rispetto a 1,7%) e
anche questo è un segno, che, unitamente alle più frequenti
condizioni di disagio sociale, la maternità e la famiglia possono
esperienze da loro vissute in maniera più problematica.
I minori sono 586 mila, pari a circa un quinto della popolazione
straniera, un’incidenza maggiore rispetto a quella
riscontrabile tra gli italiani. Essi hanno conosciuto quasi un
raddoppio nel volgere di 5 anni (nel 2001 erano 326.101 e in
oltre la metà dei casi (56%) si tratta di persone nate in Italia.
Gli studenti con cittadinanza straniera sono 424.683 (a.s.
2005-2006) e tra due anni supereranno abbondantemente il
mezzo milione: essi incidono mediamente per il 4,8% sul totale
della popolazione studentesca, con punte del 6% sugli
iscritti nella scuola primaria (4 su 10 sono concentrati in questo
grado di scuola e solo 2 su 10 nella secondaria). Vi sono,
per così dire, regioni e province “anticipatrici” del futuro con
un’incidenza di studenti stranieri notevolmente più alta: 8-9%
in Umbria, Lombardia, Veneto, Marche e 12% a Mantova, Piacenza
e Reggio Emilia, mentre in alcuni piccoli paesi del Centro-
Nord l’incidenza supera anche il 50% degli iscritti. I figli
degli immigrati hanno trovato nella scuola un ambiente favorevole,
ma restano da affrontare in modo più adeguato gli
ostacoli che provocano ritardi nella loro carriera scolastica.
Immigrazione e aspetti lavorativi
Secondo le previsioni Eurostat/Istat, i giovani lavoratori
italiani (15-44 anni) diminuiranno di 1.350.000 unità nel
2010 e di 3.209.000 unità nel 2020, mentre quelli più anziani
(45-64 anni) aumenteranno di 910.000 unità nel 2010 e di
1.573.000 unità nel 2020.
Questo andamento spiega perché i lavoratori immigrati
stanno esercitando un peso crescente sul mercato lavorativo:
1 ogni 10 occupati è nato in un paese non appartenente
all’Unione Europea (1.763.952 su 17.399.586 secondo la
banca dati Inail).
Gli immigrati incidono per un sesto sul totale delle assunzioni
annuali (727.582 su 4.557.871 complessive nel 2005) e
ciò attesta anche l’estrema mobilità di questi lavoratori, dei
quali circa la metà deve rinnovare annualmente il contratto di
lavoro (tra gli italiani “solo” 1 su 4).
Nel 2005 sono stati assunti per la prima volta nel mercato
occupazionale italiano 173.000 nuovi lavoratori immigrati: si
tratta per lo più di persone venute dall’estero e, in parte,
anche di familiari già residenti in Italia (coniugi e minori)
che si sono inseriti.
Le assunzioni nel 2005 sono avvenute per l’9,2% in agricoltura,
per il 27,4% nell’industria e per la restante quota nei
servizi. I settori prevalenti sono l’informatica e i servizi alle
imprese (16,1%), le costruzioni (13,6%), gli alberghi e i
ristoranti (11,9%), le attività svolte presso le famiglie
(10,2%) e l’agricoltura (9,2%).
Come attestato dal Censimento, gli immigrati hanno un
soddisfacente livello di istruzione comparativamente più alto
rispetto agli italiani. Quelli che non hanno avuto sufficienti
opportunità formative, cercano di recuperare e sono 120.000
gli adulti iscritti ai corsi di educazione per adulti (un quarto
del totale degli iscritti).
Sono titolari d’azienda 130.969 cittadini stranieri (quindi,
non solo nati all’estero, condizione che si verifica anche
per un certo numero di italiani rimpatriati). Gli imprenditori
immigrati, aumentati del 38% rispetto al 30 giugno 2005,
sono concentrati nei settori dell’edilizia e del commercio e
sono caratterizzati dal crescente coinvolgimento delle donne.
L’incidenza del lavoro autonomo sul totale dei permessi, che
è in media è del 7%, è più alta in alcuni contesti territoriali
(Nuoro 25,2% e Sardegna 20,2%, Calabria 12,7%, Firenze
13,1% e Prato 12,0%, Toscana 9,8%) e per alcuni gruppi
nazionali (Senegal 19,3%, Egitto 11,9%, Algeria 10,5%,
India 7%).
Gli immigrati, così come avviene in tutta Europa, anche
in Italia guadagnano di meno, come risulta dalla banca dati
dell’INPS: le loro retribuzioni sono mediamente pari alla metà
di quelle degli italiani, anche a causa del loro impiego
discontinuo. Notevoli le differenze anche in considerazione
del sesso, del luogo e del settore di lavoro. Non basta, quindi,
la regolarità a salvare dal bisogno, ma ben peggiore è la
situazione nel caso degli irregolari.
La partecipazione sindacale continua a essere molto elevata:
sono 526.320 gli immigrati iscritti rispetto al totale di
5.776.269 lavoratori sindacalizzati. Viene così espressa la
necessità di essere meglio tutelati sul piano del riconoscimento
della professionalità, dei diritti contrattuali e della prevenzione
(nel 2005 si sono verificati 110.782 casi di infortunio, 1
ogni 16 immigrati, di cui 138 mortali).
Immigrazione e convivenza: aspetti positivi
L’evoluzione della normativa e delle politiche in tema di
immigrazione è stata in Italia molto controversa, specialmente
per un’accentuata contrapposizione tra gli schieramenti
politici. Tuttavia non si può negare che, a fronte di notevoli
carenze, si siano compiuti passi in avanti.
Gli stessi immigrati hanno un atteggiamento realistico,
ma nello stesso tempo positivo e collaborativo, come risulta
dai risultati di diverse indagini sul campo.
Innanzitutto, si tratta di persone che, pur dovendo operare
in condizioni più disagevoli, riescono spesso a superarle,
mostrandosi una componente dinamica anche nel mercato del
consumo. Il 91% degli immigrati ha il cellulare, l’80% possiede
il televisore, il 75% invia rimesse in patria, il 60% ha un
conto in banca, il 55% è proprietario di un’autovettura, il
22% ha il personal computer; gli immigrati incidono per il
5,3% sul totale dei titolari di patente automobilistica
(1.890.000 complessivamente, di cui 330.000 nuovi acquisitori
nel 2005, un quarto di tutti gli iscritti in quell’anno alla
scuola guida). Non desta sorpresa, perciò, che 8 su 10 ritengano
di aver migliorato la propria vita a seguito dell’arrivo in
Italia.
Quello della casa è da sempre un problema spinoso. Circa
il 12-15% degli immigrati lo ha risolto diventando proprietario
dell’immobile in cui abita (506.000 persone secondo la
stima più alta). Sono stati 116 mila coloro che hanno acquistato
un alloggio nel 2005 (il 14,4% degli acquirenti totali e
addirittura il 20% a Roma), mentre il 72% vive in case in
affitto.
La normativa italiana sull’immigrazione dedica una grande
attenzione alla mediazione culturale come attività in grado di
unire armoniosamente gli italiani e i nuovi venuti. I mediatori
culturali, in prevalenza immigrati, sono circa 2.400 (stima
Creifos), per i tre quarti donne. In 4 casi su 10 hanno un
titolo universitario e hanno seguito un corso per potersi
inserire nel lavoro della mediazione, quasi sempre precario, in
prevalenza esplicato nei servizi educativi e sanitari. Al
momento si richiede una più attenta valorizzazione delle
forze in campo, in termini sia di utilizzo che di retribuzione,
e in prospettiva è auspicabile una trasformazione dall’interno,
affinché siano le stesse strutture pubbliche e sociali ad
attrezzarsi per essere intrinsecamente interculturali.
La legge regionale sull’immigrazione del Friuli Venezia
Giulia (n. 5/2005) ha previsto il diritto degli immigrati di
partecipare ai concorsi pubblici e questa impostazione, ancora
dibattuta, abbisogna di essere generalizzata affinché i
“nuovi cittadini” non si sentano esclusi.
Per i richiedenti asilo e i rifugiati, anche se ancora non
sono stati fatti passi in avanti con l’approvazione di una
legge organica, è stato rafforzato il Sistema di protezione,
curato dall’Anci per conto del Ministero dell’Interno. Il sistema
dispone di 2.200 posti, più altri 800 a Roma e Milano,
che nel 2005 hanno consentito di accogliere 4.654 persone.
Si tratta di una rete che ha coinvolto capillarmente gli enti
locali: 78 comuni, 55 province e 15 regioni.
Immigrazione e convivenza: aspetti problematici
Sono deficitarie le condizioni di inserimento e quelle di
partecipazione: 6 immigrati su 10 vorrebbero avere il diritto
di voto, mentre per 1 su 5 la maggiore preoccupazione consiste
nel trovare casa e lavoro. La priorità di queste esigenze
trova riscontro anche nelle rilevazioni della rete dei centri
d’ascolto della Caritas, sollecitati in 6 casi su 10 per questioni
di reddito e lavoro e in 3 casi su 10 per esigenze abitative.
Da sempre poi esistono lamentele in materia di acquisizione
della cittadinanza, sia per quanto riguarda le restrizioni della
legge che la sua applicazione burocratica.
Le carenze riscontrate non riguardano solo la normativa o
gli uffici pubblici ma anche diversi aspetti della convivenza
sociale. Nel 2005 sono stati segnalati all’Ufficio Nazionale
Antidiscriminazioni Razziali (Unar) 867 casi di discriminazione,
concentrati specialmente nel Centro-Nord. Le denunce
sono venute per lo più dagli africani (37,6%), perché per essi
fa da catalizzatore il colore della pelle. Le discriminazioni
riguardano vari aspetti della vita quotidiana, dal lavoro
(28,4% con problematiche concernenti per lo più l’accesso al
mercato e il mobbing) agli alloggi (20,2%).
Il 40% degli italiani ritiene che gli immigrati siano maggiormente
coinvolti nelle attività criminali: un pregiudizio
preoccupante anche se meno diffuso rispetto ad altri paesi
(Germania e Gran Bretagna). Tra le 549.775 denunce (2004) presentate contro persone note, quelle contro cittadini stranieri
sono state in media il 21,3% (117.118), con valori
molto elevati in diverse città del Nord (40% a Bologna, Verona,
Firenze, Padova). I reati più ricorrenti sono quelli contro
il patrimonio (oltre un terzo del totale) e quelli contro la persona
(un quinto del totale). Per alcune nazionalità le denunce
sono in diminuzione (albanesi, ad esempio), per altre in
aumento (romeni). Dei 20.000 detenuti stranieri ha beneficiato
del recente indulto più di un terzo del totale (7.709
reclusi). Il problema della sicurezza è innegabile e preoccupa
gli stessi cittadini stranieri, ma non autorizza a trasformare
gli immigrati residenti in delinquenti, tanto più che essi incidono
solo per un decimo sulle denunce presentate.
Centinaia di migliaia di persone straniere si trovano in
condizione di disagio abitativo (fino a 860.000, secondo
stime recenti) o quanto meno di “precarietà anagrafica” per
motivi immobiliari (circa 250.000 secondo la stima del Dossier),
cioè legalmente soggiornanti ma non ancora in grado di
iscriversi come residenti al comune spesso perché alle prese
con problemi di alloggio adeguato. È positivo che 14 leggi
regionali sull’immigrazione abbiano menzionato il problema
della casa, mentre non lo è il fatto che solo 4 abbiano dato
luogo concretamente a politiche abitative.
I 7.583 minori non accompagnati, provenienti per lo più
da Romania, Marocco e Tunisia, rischiano di diventare clandestini
al diciottesimo anno di età e le misure per il loro inserimento,
come auspicato in un rapporto dell’Anci, richiederebbero
di essere perfezionate: sono stati 346 i comuni che
hanno dichiarato di avere preso in carico minori stranieri non
accompagnati. Parte dei minori è rappresentata da Rom e
Sinti che vivono in anacronistici campi sosta.
Comparativamente con gli altri paesi europei, è ancora
poco quello che si fa per i rifugiati e i richiedenti asilo. Dall’inserto
speciale curato dall’Unhcr risulta che, nel 2005, le
domande pervenute sono state 9.346, quelle esaminate
14.651 e quelle riconosciute, o comunque risolte con protezione,
5.266, mentre i rifugiati insediatisi in Italia sono complessivamente
circa 20.000.
La popolazione Rom e Sinti, per più della metà costituita
da cittadini italiani, conta circa 150.000 unità. 13.000 sono i
minori iscritti a scuola, ma con un tasso di frequenza non
soddisfacente. L’errore più radicale, lamentato dall’Opera
Nomadi, è quello di concepire questa popolazione destinata a
vivere nei campi, dei quali sono ben conosciute le carenze.
È ancora ridotto, in un mondo caratterizzato dalla globalizzazione,
il numero di studenti stranieri iscritti presso le
università: 38.000 su 2 milioni e 300 mila studenti esteri
sparsi nel mondo (dato del 2004). Si tratta di una presenza
modesta a fronte della quota del 10-12% sul totale mondiale
spettante a Gran Bretagna, Germania e Francia. Del resto
sono carenti anche le borse di studio disponibili a favore
degli studenti dei paesi in via di sviluppo. Nell’anno accademico
2004-2005 le immatricolazioni sono state 8.758 e i laureati
4.438.
È ancora insufficiente il Fondo per l’immigrazione e, sebbene
nel 2006 sia passato a 775 milioni di euro contro i 518
milioni del 2005, resta tuttavia ancora inferiore al miliardo di
euro stanziato nel 2004; oltre tutto, esso è confluito in quello
per le politiche sociali senza vincolo di destinazione, per
cui non è assicurato l’utilizzo per gli immigrati. Questi fondi
vengono erogati dal Governo dopo che le Giunte regionali
comunicano il programma triennale da attuare con il concorso
delle Province e dei Comuni, programmi ai quali il Dossier
Caritas/Migrantes ha dedicato un capitolo di analisi anche al
fine di incentivare una riflessione più ampia su un tema così
cruciale.
IL CONTESTO TERRITORIALE
I dati statistici a carattere nazionale sono indispensabili
per una visione d’insieme del fenomeno migratorio in Italia e
per il suo confronto con quanto avviene negli altri paesi.
Questa conoscenza va però completata con quella del fenomeno
migratorio a livello regionale e anche provinciale. È per
questo che il Dossier Caritas/Migrantes, avvalendosi della sua
rete di redattori, pubblica da vari anni i rapporti regionali
sull’immigrazione e mette a disposizione numerose tabelle
statistiche disaggregate a livello locale.
Una conoscenza più approfondita comporta anche che da
un semplice accostamento dei dati e dalla percezione dei
diversi valori numerici e percentuali si riesca a passare ad
una valutazione ponderata delle differenze. È così possibile
leggere in qualche modo la “qualità” dei processi di integrazione
in atto e istituire un utile confronto rispetto all’andamento
medio nazionale, che consente di individuare realizzazioni
positive e lacune da colmare, con la preoccupazione di
comprendere le ragioni di quanto avviene e programmare
meglio. Il CNEL, con il quale il Dossier collabora per l’elaborazione
del Rapporto sugli indici di integrazione territoriale degli
immigrati, conduce questa ricerca ormai da cinque anni e l’ha
intesa in questo senso costruttivo.
Vengono utilizzati a tale scopo 21 indicatori statistici,
desunti da fonti attendibili e prescelti tra quelli più adatti a
disposizione, ripartiti in tre indici:
- indice di polarizzazione: misura la capacità di ogni territorio
di attirare e di trattenere al proprio interno la popolazione
straniera presente a livello nazionale;
- indice di stabilità sociale: misura il grado di radicamento
e la qualità dell’inserimento degli immigrati nel tessuto
sociale locale;
- indice di inserimento lavorativo: misura il grado e la qualità della partecipazione degli stranieri al sistema occupazionale
locale.
Un indice sintetico di integrazione, costruito sulle
risultanze di questi tre indici specifici, misura il potenziale
di integrazione di ogni contesto territoriale italiano
rispetto agli altri.
Nel Dossier 2006, prima di introdurre i capitoli regionali,
vengono riportati in particolare i risultati del IV Rapporto
CNEL che contengono indicazioni precise sulla
metodologia adottata, sulle graduatorie territoriali ottenute
e sulle ragioni sottostanti, offrendo così una fotografia
d’insieme sulle specificità territoriali: dalle strategie
di convivenza dei piccoli contesti, come il Molise e la
Basilicata, ai più complessi problemi di integrazione con
cui si confrontano le regioni con grandi contesti urbani.
Il proposito è di trasporre questo confronto articolato
sugli indicatori di integrazione anche a livello transnazionale
e per questo, nell’ambito del programma comunitario
INTI, è stato attivato un progetto con due paesi di nuova
immigrazione (Spagna e Portogallo) e due di vecchia
(Francia e Gran Bretagna).
LE INDICAZIONI DEL RAPPORTO
CARITAS/MIGRANTES
Lo slogan “al di là dell’alternanza” serve a richiamare
l’attenzione sull’immigrazione, un tema societario così
rilevante sul quale è opportuno evitare posizioni pregiudiziali,
analisi superficiali e soluzioni inadeguate. La sua
dimensione strutturale è dovuta a ragioni demografiche e
occupazionali, che faranno sentire sempre più il loro
peso. Il Population Reference Bureau degli Stati Uniti ha
recentemente sottolineato che l’Italia è già al secondo
posto dopo gli Stati Uniti per quanto riguarda la crescita
della popolazione immigrata.
L’atteggiamento, spesso negativo, che si riscontra nei
confronti dell’immigrazione, è riconducibile anche al fatto
che questo fenomeno si inserisce in un contesto già in
parte compromesso e incide sul carico amministrativo
degli uffici pubblici, sulla disponibilità degli alloggi, sui
servizi sociali, sui trasporti, insomma sulla convivenza nel
suo complesso, per cui l’apertura all’immigrazione dovrebbe
comportare nello stesso tempo maggiori investimenti
per l’accoglienza degli immigrati.
Le cose non sono andate per il verso giusto, perché
più della metà degli immigrati è giunta alla situazione di
legalità attraverso l’anticamera della irregolarità e questo
per diverse ragioni: mancanza di flessibilità nel collegamento
tra domanda e offerta di lavoro, attuazione eccessivamente
rigida delle norme di contenimento dei flussi
irregolari, lentezza nella modifica di disposizioni legislative
e amministrative rivelatesi inadeguate.
Si deve essere tutti più coscienti che la gestione dell’immigrazione
si articola in un insieme di diritti e di
doveri. Da una parte è giusto chiedere ai nuovi venuti l’adesione
al nostro patrimonio societario, dall’altra è indispensabile
selezionare i contenuti sostanziali da proporre
per l’accettazione (valori costituzionali, diritti fondamentali
della persona, modello di società laica rispettoso di
tutte le religioni) ed essere disponibili a riconoscere agli
immigrati il rispetto delle loro culture e diritti più ampi.
In quest’ottica la normativa vigente abbisogna con urgenza
di diversi numerosi “tagliandi di revisione”, che possono
così essere riassunti:
§
snellire gli adempimenti amministrativi derivanti
dalla normativa sul soggiorno degli immigrati;
§
ampliare le risorse finanziarie destinate alle politiche
migratorie, con particolare riferimento alle misure per
l’inserimento e l’integrazione;
§
determinare quote annuali realistiche per l’ingresso
di nuovi lavoratori qualificati;
§
riconsiderare le modalità d’ingresso nel mercato
occupazionale completando la chiamata nominativa
con la sponsorizzazione e la venuta per la ricerca del
posto di lavoro;
§
subordinare sempre le misure di contenimento dei
flussi irregolari alla clausola del rispetto dei diritti
umani, sia nei centri di permanenza temporanea che
nell’esecuzione dei rimpatri;
§
favorire la partecipazione della collettività immigrata
alla vita sociale e civile attraverso organismi di consultazione
presso gli enti locali e anche tramite l’attribuzione
del diritto di voto amministrativo a quanti
hanno acquisito la carta di soggiorno;
§
sostenere la vita familiare degli immigrati, facilitando
i ricongiungimenti ed evitando nel futuro sperequazioni
per quanto riguarda il sostegno ai nuovi nati e l’assistenza
sociale;
§
valorizzare la consultazione e la collaborazione del
mondo associativo e sociale legato all’immigrazione;
§
ampliare il recupero delle persone vittime di tratta
anche con l’inclusione di nuove categorie e un più
celere rilascio dei permessi di soggiorno;
§
pervenire ad una normativa sul diritto d’asilo che dia
piena applicazione al dettato costituzionale;
§
adoperarsi a livello comunitario per far prevalere
indirizzi meno restrittivi e più rispondenti anche alle
specifiche esigenze italiane.
Il Dossier intende, come sempre, essere d’aiuto per
meglio inquadrare i vari aspetti dell’immigrazione e per
intervenire più miratamene e adeguatamente su di essi.
Perciò, Caritas e Migrantes auspicano che tutti gli schieramenti
politici condividano la necessità di superare la logica
dell’emergenza e dell’ordine pubblico a favore di una
impostazione più adeguata, che si faccia carico delle
riforme necessarie, inclusa quella in materia di cittadinanza.
Le parole d’ordine da far valere sono: non più
invasione ma convivenza, non più emarginazione ma partecipazione,
non più estraneità ma cittadinanza.
Caritas e Migrantes, infine, oltre a raccomandare ai cristiani
una testimonianza ispirata all’annuncio evangelico,
sollecita la collaborazione in campo sociale con tutte le
persone di buona volontà e il dialogo con i credenti di
altre religioni per evitare che la società laica venga intesa
in maniera tale da svilire o mortificare il senso religioso.
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