XVI Reporte sobre la inmigración



Sull'immigrazione negli Stati Uniti, articolo Dr. Franco Camarca,
collaboratore del Dr. Franco Pittau.



CARITAS/MIGRANTES
IMMIGRAZIONE
DOSSIER STATISTICO 2006
XVI Rapporto sull´immigrazione


Al di lá dell´alternanza


IL CONTESTO INTERNAZIONALE

Un mondo globalizzato, un mondo di migranti

Dei 6 miliardi e mezzo di abitanti del pianeta solo 960 milioni risiedono nei paesi a sviluppo avanzato. Vi sono in India 35 città con più di un milione di abitanti e altre 45 in Cina, delle quali gli occidentali difficilmente conoscono il nome. Anche di questa popolazione lontana e dei suoi bisogni la mobilità è, a suo modo, un’espressione. 1 miliardo e 400 milioni di persone vivono con meno di due dollari al giorno e 192 milioni sono i disoccupati. Solo in Cina sono 400 milioni gli abitanti al di sotto della soglia di povertà. Dividendo la ricchezza prodotta per il numero degli abitanti, ogni persona dovrebbe ricevere annualmente 9.250 dollari ma le cose non stanno in questi termini: si va dai 5.200 dollari spettanti ai Paesi in via di sviluppo ai 32.600 dollari dei paesi a sviluppo avanzato, dai 1.100 dollari dell’Africa Subshariana ai 27.500 dollari dell’Unione europea e ai 40.750 dollari del Nord America.
Di queste differenze i flussi migratori sono un regolatore, anche se non l’unico.
Questi dati di contesto aiutano a capire perché nel mondo vi siano 191 milioni di immigrati, di cui 20 milioni richiedenti asilo o rifugiati, ai quali si aggiungono – secondo stime - 30-40 milioni in situazione irregolare e 600-800 mila persone vittime della tratta.
Il flusso migratorio diventerà ancora più intenso quando i migranti dalle aree a maggiore pressione demografica (tra le quali l’Africa Subsahariana) disporranno di maggiori mezzi per spostarsi e sottrarsi così all’attuale stato di disperazione. La necessità di promuovere maggiormente lo sviluppo in loco, che costituisce un investimento a lungo termine, lascia in essere la necessità dei flussi migratori, che rappresentano una valvola di sfogo indispensabile in un contesto di globalizzazione.
Gli Stati Uniti sono il primo protagonista in questo scenario non solo sul piano produttivo ma anche come area di massima immigrazione.
Anche la Cina è tra i principali protagonisti del nuovo mondo globalizzato, con la diffusione dei suoi prodotti e con una collettività di 34 milioni di persone all’estero, che assicurano un gettito di rimesse di 21,3 miliardi di dollari l’anno.
L’Italia si inserisce in tale contesto non solo per l’esportazione dei suoi prodotti, ma anche per il fatto che all’estero vivono più di 3 milioni di cittadini italiani e più di 60 milioni di oriundi, e anche per essere diventata ormai da decenni un’area di grande immigrazione con un ritmo d’aumento sensibilmente sostenuto. Come evidenziato alla presentazione del “Rapporto Italiani nel Mondo”, la mobilità, anziché un condizionamento negativo, deve essere considerato un fattore di affermazione.
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L’Europa e l’immigrazione: bisogno e timore
Alla fine del 2004 i cittadini stranieri nei 25 Stati membri dell’Unione, escludendo quelli che hanno già acquisito la cittadinanza, sono risultati 26 milioni e 61mila su una popolazione di 457 milioni di abitanti e un’incidenza di poco superiore al 5%, con punte del 9% in Germania e in Austria, dell’8% in Spagna, del 5% nel Regno Unito e in Francia e superiore al 4% in Italia (quota salita, secondo il Dossier, al 5,2% l’anno successivo).
L’Unione Europea si presenta così come un’area ad alta concentrazione di immigrati, la cui presenza costituisce una necessità demografica, perché il Vecchio continente, anche se è prevista un’immigrazione netta di 40 milioni di persone, nel 2050 vedrà comunque diminuire di 7 milioni di unità la popolazione nel suo complesso e di 52 milioni di unità la popolazione in età da lavoro.
Nonostante queste implicazioni quantitative e la lunga esperienza storica per essere stata una grande area di esodo fino alla seconda guerra mondiale, l’Unione Europea sta vivendo un atteggiamento tormentato nei confronti dell’immigrazione e ciò ha influito, sia in Francia che in Olanda, sulla mancata accettazione della costituzione europea. È costitutiva dell’idea dell’Europa Unita la libertà di viaggiare e di lavorare (53% degli intervistati: Eurobarometro 2006), anche se a essersi effettivamente spostato è solo l’1,5% dei cittadini dell’UE a 25, percentuale rimasta invariata negli ultimi 30 anni. Ciò rende indispensabile l’apporto della manodopera immigrata, che però è connessa con la paura di un’invasione e del dumping sociale.
Stenta a vedere la luce una normativa comune in materia di immigrazione e l’accordo sembra possibile solo per alcune categorie specifiche (come, ad esempio, per i lavoratori altamente qualificati). Neppure l’ampio dibattito seguito al “Libro verde sull’immigrazione” (gennaio 2005) ha sbloccato la situazione e le soluzioni vengono inquadrate diversamente dal Centro- Nord Europa e dall’Europa mediterranea che è a diretto contatto con le aree di esodo. Il lavoro nero continua ad essere in larga misura un regolatore del mercato mentre l’azione dei trafficanti sconfina spesso nella morte dei migranti, non importa se via terra o via mare: secondo l’Ong United sono stati circa 5.000 i morti di frontiera nell’ultimo decennio.
Le norme restrittive sulla libera circolazione da estendere ai nuovi Stati membri hanno mostrato la difficoltà dell’Unione ad assorbire l’allargamento, che peraltro attende di essere completato con l’inclusione della Romania e la Bulgaria, e ad affrontare in maniera non emarginante il rapporto con gli altri Stati confinanti. A titolo d’esempio va segnalata l’Ucraina, un paese dove si concentra il 70% del transito irregolare, destinato a diventare area di grande esodo e probabilmente anche il primo in Italia per numero di provenienze.

L’Italia nel panorama migratorio internazionale
Il numero degli immigrati regolari in Italia ha quasi raggiunto quello degli emigrati italiani nel mondo. Secondo la stima del Dossier Caritas/Migrantes gli immigrati sono 3.035.000 alla fine del 2005: a questo risultato si perviene tenendo conto dei dati registrati dal Ministero dell’Interno, del numero dei minori e di una quota di permessi di soggiorno in corso di rinnovo.
L’Italia si colloca, così, accanto ai grandi paesi europei di immigrazione: Germania (7.287.980), Spagna (3.371.394), Francia (3.263.186) e Gran Bretagna (2.857.000). L’aumento degli immigrati in Italia nel 2005 è dovuto sia ai nuovi arrivi (187.000) che alle nascite di figli di cittadini stranieri (52.000). Nel prossimo futuro deve essere messo in conto un aumento ancor più rilevante, come hanno dimostrato le 485.000 domande di assunzione presentate nel mese di marzo 2006 per fruire delle quote stabilite dal Decreto Flussi (170.000, quindi quasi tre volte inferiori alle necessità). Se si tiene conto del deficit demografico italiano e della pressione dei paesi d’origine, è realistico stimare l’impatto in entrata in almeno 300 mila unità l’anno.
Ogni 10 stranieri, 5 sono europei, 2 africani, 2 asiatici e 1 americano. 30 anni fa erano euroamericani 9 su 10. Nel 1970 i comunitari in provenienza dai 10 Stati membri di allora erano 4 ogni 10 presenze, oggi è comunitario solo 1 ogni 10 nonostante l’ampliamento dell’Unione a 25.
I soggiornanti dei paesi dell’Est Europa sono circa 1 milione: i principali gruppi sono, tra gli extracomunitari, quello albanese e ucraino; tra i comunitari, quello polacco; tra gli Stati che si accingono ad entrare nella UE, quello romeno (che è in assoluto il più numeroso). Tra i continenti, per l’Africa il primo gruppo è quello marocchino, per l’Asia il cinese e il filippino, per l’America il peruviano e lo statunitense. Dall’America Latina, in particolare dall’Uruguay e dall’Argentina, vi è un flusso di oriundi italiani che vengono formalmente come turisti, per completare la pratica relativa all’acquisizione della cittadinanza italiana per ascendenza, per poi spostarsi successivamente in Spagna dove gli italiani sono 56.000, per lo più originari del Sud America.


IL CONTESTO ITALIANO

Immigrazione e insediamento territoriale
È del 5,2% l’incidenza degli immigrati sulla popolazione italiana, con 1 immigrato ogni 19 residenti (1 ogni 14 nel Centro e nel Nord Est, 1 ogni 16 nel Nord, 1 ogni 15 nel Centro).
Tra dieci anni l’incidenza sarà raddoppiata e verranno superati i valori che oggi si riscontrano in Germania e in Austria. Le province con il più alto tasso di incidenza della popolazione straniera sono: Prato 12,6%, Brescia 10,2%, Roma 9,5%, Pordenone 9,4%, Reggio Emilia 9,3%, Treviso 8,9%, Firenze 8,7%, Modena 8,6%, Macerata e Trieste 8,1%.
Gli immigrati sono diffusi in tutto il paese, seppure in maniera differenziata: Nord 59,5%, Centro 27% e Meridione 13,5%. La tendenza in atto privilegia un certo deflusso dai comuni capoluogo, perché quelli della cintura metropolitana soddisfano meglio le esigenze abitative dei nuovi venuti: questo si rileva anche dall’ubicazione delle case acquistate dagli immigrati nel 2005 a Roma (12.000) e a Milano (9.900).
Roma e Milano detengono, rispettivamente, l’11,4% e il 10,9% della popolazione straniera e tutto lascia intendere che a breve verrà scalzato il primato che Roma ha detenuto fin dall’inizio dell’immigrazione. Del resto la Lombardia è già la prima regione, perché accoglie da sola quasi un quarto di tutta la popolazione straniera.
La maggioranza dei permessi di soggiorno è a carattere stabile, per cui più di 9 su 10 immigrati sono presenti per lavoro (62,6%) e per famiglia (29,3%), ai quali si aggiungono altri motivi anch’essi connessi con una certa stabilità del soggiorno (motivi religiosi, residenza elettiva, corsi pluriennali di studio).
La diversità dei luoghi di origine determina la co-presenza di molte fedi: cristiani (49,1%), musulmani (33,2%), religioni orientali (4,4%). Sono 1 milione e mezzo i cristiani provenienti da altri paesi, con cattolici e ortodossi che quasi si equivalgono (circa 660.000 unità ciascuno). Vi sono poi 1 milione di musulmani, e tra i 50 e i 100 mila induisti e buddisti, oltre a 350.000 o non credenti o classificabili nelle religioni prima menzionate.
Gli immigrati che hanno già maturato 5 anni di soggiorno sono, secondo la stima del Dossier, 1 milione 200 mila, mentre i cittadini non appartenenti all’Unione Europea titolari di carta di soggiorno sono solo 396.000, così ripartiti per aree d’origine: Est Europa 125.408, Nord Africa 109.461, Asia 79.259, altri paesi africani 51.124, America Latina 27.768.
Tra i gruppi nazionali vengono per primi il Marocco (71.818: 3 titolari ogni 10 soggiornanti), l’Albania (57.107: 2 su 10) e la Romania (19.547: 1 su 10). A Bolzano il 46,6% dei soggiornanti ha ottenuto la carta di soggiorno, a Cagliari solo il 10%. Questa categoria di persone stabilmente insediate è, naturalmente, destinata ad aumentare.

Immigrazione e aspetti demografici
In Italia l’immigrazione diventerà sempre più l’unico fattore di crescita demografica in grado di porre rimedio alla prevalenza dei decessi sulle nascite. Gli ultrasessantacinquenni diventeranno a metà secolo più di un terzo dei residenti e, rispetto alla popolazione in età da lavoro che si ridurrà notevolmente (sarà attivo appena 1 su 2 anziché 2 su 3 come avviene attualmente), incideranno per il 66% (attualmente incidono per il 28,9%).
Gli immigrati sono in Italia una popolazione giovane, concentrata per il 70% nella fascia d’età 15-44 anni (solo il 47,5% degli italiani, invece, si colloca in quella fascia).
Tra gli immigrati prevalgono le persone sposate (52,7% del totale delle presenze), anche se spesso sono rimasti in patria i figli e il coniuge, come attesta il forte flusso di ricongiungimenti (100 mila l’anno). Si riscontra una sostanziale parità tra uomini e donne (queste ultime essendo il 49,9%), le quali in alcune regioni, come il Lazio e la Campania, sono la maggioranza per il crescente bisogno della loro presenza nei servizi alla famiglia e alle persone.
La fecondità è più alta tra le donne straniere, in media con 2,4 figli (4 per le marocchine, 1,7 per le polacche e le romene e solo 1,25 per le donne italiane). I cittadini stranieri, dai quali nel 2005 sono nati 52.000 bambini, hanno inciso per il 9,4% sulle nuove nascite. Tra le immigrate vi sono più divorziate rispetto alle italiane (2,5% rispetto a 1,7%) e anche questo è un segno, che, unitamente alle più frequenti condizioni di disagio sociale, la maternità e la famiglia possono esperienze da loro vissute in maniera più problematica.
I minori sono 586 mila, pari a circa un quinto della popolazione straniera, un’incidenza maggiore rispetto a quella riscontrabile tra gli italiani. Essi hanno conosciuto quasi un raddoppio nel volgere di 5 anni (nel 2001 erano 326.101 e in oltre la metà dei casi (56%) si tratta di persone nate in Italia.
Gli studenti con cittadinanza straniera sono 424.683 (a.s. 2005-2006) e tra due anni supereranno abbondantemente il mezzo milione: essi incidono mediamente per il 4,8% sul totale della popolazione studentesca, con punte del 6% sugli iscritti nella scuola primaria (4 su 10 sono concentrati in questo grado di scuola e solo 2 su 10 nella secondaria). Vi sono, per così dire, regioni e province “anticipatrici” del futuro con un’incidenza di studenti stranieri notevolmente più alta: 8-9% in Umbria, Lombardia, Veneto, Marche e 12% a Mantova, Piacenza e Reggio Emilia, mentre in alcuni piccoli paesi del Centro- Nord l’incidenza supera anche il 50% degli iscritti. I figli degli immigrati hanno trovato nella scuola un ambiente favorevole, ma restano da affrontare in modo più adeguato gli ostacoli che provocano ritardi nella loro carriera scolastica.

Immigrazione e aspetti lavorativi
Secondo le previsioni Eurostat/Istat, i giovani lavoratori italiani (15-44 anni) diminuiranno di 1.350.000 unità nel 2010 e di 3.209.000 unità nel 2020, mentre quelli più anziani (45-64 anni) aumenteranno di 910.000 unità nel 2010 e di 1.573.000 unità nel 2020.
Questo andamento spiega perché i lavoratori immigrati stanno esercitando un peso crescente sul mercato lavorativo: 1 ogni 10 occupati è nato in un paese non appartenente all’Unione Europea (1.763.952 su 17.399.586 secondo la banca dati Inail).
Gli immigrati incidono per un sesto sul totale delle assunzioni annuali (727.582 su 4.557.871 complessive nel 2005) e ciò attesta anche l’estrema mobilità di questi lavoratori, dei quali circa la metà deve rinnovare annualmente il contratto di lavoro (tra gli italiani “solo” 1 su 4).
Nel 2005 sono stati assunti per la prima volta nel mercato occupazionale italiano 173.000 nuovi lavoratori immigrati: si tratta per lo più di persone venute dall’estero e, in parte, anche di familiari già residenti in Italia (coniugi e minori) che si sono inseriti.
Le assunzioni nel 2005 sono avvenute per l’9,2% in agricoltura, per il 27,4% nell’industria e per la restante quota nei servizi. I settori prevalenti sono l’informatica e i servizi alle imprese (16,1%), le costruzioni (13,6%), gli alberghi e i ristoranti (11,9%), le attività svolte presso le famiglie (10,2%) e l’agricoltura (9,2%).
Come attestato dal Censimento, gli immigrati hanno un soddisfacente livello di istruzione comparativamente più alto rispetto agli italiani. Quelli che non hanno avuto sufficienti opportunità formative, cercano di recuperare e sono 120.000 gli adulti iscritti ai corsi di educazione per adulti (un quarto del totale degli iscritti).
Sono titolari d’azienda 130.969 cittadini stranieri (quindi, non solo nati all’estero, condizione che si verifica anche per un certo numero di italiani rimpatriati). Gli imprenditori immigrati, aumentati del 38% rispetto al 30 giugno 2005, sono concentrati nei settori dell’edilizia e del commercio e sono caratterizzati dal crescente coinvolgimento delle donne.
L’incidenza del lavoro autonomo sul totale dei permessi, che è in media è del 7%, è più alta in alcuni contesti territoriali (Nuoro 25,2% e Sardegna 20,2%, Calabria 12,7%, Firenze 13,1% e Prato 12,0%, Toscana 9,8%) e per alcuni gruppi nazionali (Senegal 19,3%, Egitto 11,9%, Algeria 10,5%, India 7%).
Gli immigrati, così come avviene in tutta Europa, anche in Italia guadagnano di meno, come risulta dalla banca dati dell’INPS: le loro retribuzioni sono mediamente pari alla metà di quelle degli italiani, anche a causa del loro impiego discontinuo. Notevoli le differenze anche in considerazione del sesso, del luogo e del settore di lavoro. Non basta, quindi, la regolarità a salvare dal bisogno, ma ben peggiore è la situazione nel caso degli irregolari.
La partecipazione sindacale continua a essere molto elevata: sono 526.320 gli immigrati iscritti rispetto al totale di 5.776.269 lavoratori sindacalizzati. Viene così espressa la necessità di essere meglio tutelati sul piano del riconoscimento della professionalità, dei diritti contrattuali e della prevenzione (nel 2005 si sono verificati 110.782 casi di infortunio, 1 ogni 16 immigrati, di cui 138 mortali).

Immigrazione e convivenza: aspetti positivi
L’evoluzione della normativa e delle politiche in tema di immigrazione è stata in Italia molto controversa, specialmente per un’accentuata contrapposizione tra gli schieramenti politici. Tuttavia non si può negare che, a fronte di notevoli carenze, si siano compiuti passi in avanti.
Gli stessi immigrati hanno un atteggiamento realistico, ma nello stesso tempo positivo e collaborativo, come risulta dai risultati di diverse indagini sul campo.
Innanzitutto, si tratta di persone che, pur dovendo operare in condizioni più disagevoli, riescono spesso a superarle, mostrandosi una componente dinamica anche nel mercato del consumo. Il 91% degli immigrati ha il cellulare, l’80% possiede il televisore, il 75% invia rimesse in patria, il 60% ha un conto in banca, il 55% è proprietario di un’autovettura, il 22% ha il personal computer; gli immigrati incidono per il 5,3% sul totale dei titolari di patente automobilistica (1.890.000 complessivamente, di cui 330.000 nuovi acquisitori nel 2005, un quarto di tutti gli iscritti in quell’anno alla scuola guida). Non desta sorpresa, perciò, che 8 su 10 ritengano di aver migliorato la propria vita a seguito dell’arrivo in Italia.
Quello della casa è da sempre un problema spinoso. Circa il 12-15% degli immigrati lo ha risolto diventando proprietario dell’immobile in cui abita (506.000 persone secondo la stima più alta). Sono stati 116 mila coloro che hanno acquistato un alloggio nel 2005 (il 14,4% degli acquirenti totali e addirittura il 20% a Roma), mentre il 72% vive in case in affitto.
La normativa italiana sull’immigrazione dedica una grande attenzione alla mediazione culturale come attività in grado di unire armoniosamente gli italiani e i nuovi venuti. I mediatori culturali, in prevalenza immigrati, sono circa 2.400 (stima Creifos), per i tre quarti donne. In 4 casi su 10 hanno un titolo universitario e hanno seguito un corso per potersi inserire nel lavoro della mediazione, quasi sempre precario, in prevalenza esplicato nei servizi educativi e sanitari. Al momento si richiede una più attenta valorizzazione delle forze in campo, in termini sia di utilizzo che di retribuzione, e in prospettiva è auspicabile una trasformazione dall’interno, affinché siano le stesse strutture pubbliche e sociali ad attrezzarsi per essere intrinsecamente interculturali.
La legge regionale sull’immigrazione del Friuli Venezia Giulia (n. 5/2005) ha previsto il diritto degli immigrati di partecipare ai concorsi pubblici e questa impostazione, ancora dibattuta, abbisogna di essere generalizzata affinché i “nuovi cittadini” non si sentano esclusi.
Per i richiedenti asilo e i rifugiati, anche se ancora non sono stati fatti passi in avanti con l’approvazione di una legge organica, è stato rafforzato il Sistema di protezione, curato dall’Anci per conto del Ministero dell’Interno. Il sistema dispone di 2.200 posti, più altri 800 a Roma e Milano, che nel 2005 hanno consentito di accogliere 4.654 persone.
Si tratta di una rete che ha coinvolto capillarmente gli enti locali: 78 comuni, 55 province e 15 regioni.

Immigrazione e convivenza: aspetti problematici
Sono deficitarie le condizioni di inserimento e quelle di partecipazione: 6 immigrati su 10 vorrebbero avere il diritto di voto, mentre per 1 su 5 la maggiore preoccupazione consiste nel trovare casa e lavoro. La priorità di queste esigenze trova riscontro anche nelle rilevazioni della rete dei centri d’ascolto della Caritas, sollecitati in 6 casi su 10 per questioni di reddito e lavoro e in 3 casi su 10 per esigenze abitative.
Da sempre poi esistono lamentele in materia di acquisizione della cittadinanza, sia per quanto riguarda le restrizioni della legge che la sua applicazione burocratica.
Le carenze riscontrate non riguardano solo la normativa o gli uffici pubblici ma anche diversi aspetti della convivenza sociale. Nel 2005 sono stati segnalati all’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (Unar) 867 casi di discriminazione, concentrati specialmente nel Centro-Nord. Le denunce sono venute per lo più dagli africani (37,6%), perché per essi fa da catalizzatore il colore della pelle. Le discriminazioni riguardano vari aspetti della vita quotidiana, dal lavoro (28,4% con problematiche concernenti per lo più l’accesso al mercato e il mobbing) agli alloggi (20,2%).
Il 40% degli italiani ritiene che gli immigrati siano maggiormente coinvolti nelle attività criminali: un pregiudizio preoccupante anche se meno diffuso rispetto ad altri paesi (Germania e Gran Bretagna). Tra le 549.775 denunce (2004) presentate contro persone note, quelle contro cittadini stranieri sono state in media il 21,3% (117.118), con valori molto elevati in diverse città del Nord (40% a Bologna, Verona, Firenze, Padova). I reati più ricorrenti sono quelli contro il patrimonio (oltre un terzo del totale) e quelli contro la persona (un quinto del totale). Per alcune nazionalità le denunce sono in diminuzione (albanesi, ad esempio), per altre in aumento (romeni). Dei 20.000 detenuti stranieri ha beneficiato del recente indulto più di un terzo del totale (7.709 reclusi). Il problema della sicurezza è innegabile e preoccupa gli stessi cittadini stranieri, ma non autorizza a trasformare gli immigrati residenti in delinquenti, tanto più che essi incidono solo per un decimo sulle denunce presentate.
Centinaia di migliaia di persone straniere si trovano in condizione di disagio abitativo (fino a 860.000, secondo stime recenti) o quanto meno di “precarietà anagrafica” per motivi immobiliari (circa 250.000 secondo la stima del Dossier), cioè legalmente soggiornanti ma non ancora in grado di iscriversi come residenti al comune spesso perché alle prese con problemi di alloggio adeguato. È positivo che 14 leggi regionali sull’immigrazione abbiano menzionato il problema della casa, mentre non lo è il fatto che solo 4 abbiano dato luogo concretamente a politiche abitative.
I 7.583 minori non accompagnati, provenienti per lo più da Romania, Marocco e Tunisia, rischiano di diventare clandestini al diciottesimo anno di età e le misure per il loro inserimento, come auspicato in un rapporto dell’Anci, richiederebbero di essere perfezionate: sono stati 346 i comuni che hanno dichiarato di avere preso in carico minori stranieri non accompagnati. Parte dei minori è rappresentata da Rom e Sinti che vivono in anacronistici campi sosta.
Comparativamente con gli altri paesi europei, è ancora poco quello che si fa per i rifugiati e i richiedenti asilo. Dall’inserto speciale curato dall’Unhcr risulta che, nel 2005, le domande pervenute sono state 9.346, quelle esaminate 14.651 e quelle riconosciute, o comunque risolte con protezione, 5.266, mentre i rifugiati insediatisi in Italia sono complessivamente circa 20.000.
La popolazione Rom e Sinti, per più della metà costituita da cittadini italiani, conta circa 150.000 unità. 13.000 sono i minori iscritti a scuola, ma con un tasso di frequenza non soddisfacente. L’errore più radicale, lamentato dall’Opera Nomadi, è quello di concepire questa popolazione destinata a vivere nei campi, dei quali sono ben conosciute le carenze.
È ancora ridotto, in un mondo caratterizzato dalla globalizzazione, il numero di studenti stranieri iscritti presso le università: 38.000 su 2 milioni e 300 mila studenti esteri sparsi nel mondo (dato del 2004). Si tratta di una presenza modesta a fronte della quota del 10-12% sul totale mondiale spettante a Gran Bretagna, Germania e Francia. Del resto sono carenti anche le borse di studio disponibili a favore degli studenti dei paesi in via di sviluppo. Nell’anno accademico 2004-2005 le immatricolazioni sono state 8.758 e i laureati 4.438.
È ancora insufficiente il Fondo per l’immigrazione e, sebbene nel 2006 sia passato a 775 milioni di euro contro i 518 milioni del 2005, resta tuttavia ancora inferiore al miliardo di euro stanziato nel 2004; oltre tutto, esso è confluito in quello per le politiche sociali senza vincolo di destinazione, per cui non è assicurato l’utilizzo per gli immigrati. Questi fondi vengono erogati dal Governo dopo che le Giunte regionali comunicano il programma triennale da attuare con il concorso delle Province e dei Comuni, programmi ai quali il Dossier Caritas/Migrantes ha dedicato un capitolo di analisi anche al fine di incentivare una riflessione più ampia su un tema così cruciale.


IL CONTESTO TERRITORIALE


I dati statistici a carattere nazionale sono indispensabili per una visione d’insieme del fenomeno migratorio in Italia e per il suo confronto con quanto avviene negli altri paesi.
Questa conoscenza va però completata con quella del fenomeno migratorio a livello regionale e anche provinciale. È per questo che il Dossier Caritas/Migrantes, avvalendosi della sua rete di redattori, pubblica da vari anni i rapporti regionali sull’immigrazione e mette a disposizione numerose tabelle statistiche disaggregate a livello locale.
Una conoscenza più approfondita comporta anche che da un semplice accostamento dei dati e dalla percezione dei diversi valori numerici e percentuali si riesca a passare ad una valutazione ponderata delle differenze. È così possibile leggere in qualche modo la “qualità” dei processi di integrazione in atto e istituire un utile confronto rispetto all’andamento medio nazionale, che consente di individuare realizzazioni positive e lacune da colmare, con la preoccupazione di comprendere le ragioni di quanto avviene e programmare meglio. Il CNEL, con il quale il Dossier collabora per l’elaborazione del Rapporto sugli indici di integrazione territoriale degli immigrati, conduce questa ricerca ormai da cinque anni e l’ha intesa in questo senso costruttivo.
Vengono utilizzati a tale scopo 21 indicatori statistici, desunti da fonti attendibili e prescelti tra quelli più adatti a disposizione, ripartiti in tre indici:
- indice di polarizzazione: misura la capacità di ogni territorio di attirare e di trattenere al proprio interno la popolazione straniera presente a livello nazionale;
- indice di stabilità sociale: misura il grado di radicamento e la qualità dell’inserimento degli immigrati nel tessuto sociale locale;
- indice di inserimento lavorativo: misura il grado e la qualità della partecipazione degli stranieri al sistema occupazionale locale.
Un indice sintetico di integrazione, costruito sulle risultanze di questi tre indici specifici, misura il potenziale di integrazione di ogni contesto territoriale italiano rispetto agli altri.
Nel Dossier 2006, prima di introdurre i capitoli regionali, vengono riportati in particolare i risultati del IV Rapporto CNEL che contengono indicazioni precise sulla metodologia adottata, sulle graduatorie territoriali ottenute e sulle ragioni sottostanti, offrendo così una fotografia d’insieme sulle specificità territoriali: dalle strategie di convivenza dei piccoli contesti, come il Molise e la Basilicata, ai più complessi problemi di integrazione con cui si confrontano le regioni con grandi contesti urbani.
Il proposito è di trasporre questo confronto articolato sugli indicatori di integrazione anche a livello transnazionale e per questo, nell’ambito del programma comunitario INTI, è stato attivato un progetto con due paesi di nuova immigrazione (Spagna e Portogallo) e due di vecchia (Francia e Gran Bretagna).


LE INDICAZIONI DEL RAPPORTO
CARITAS/MIGRANTES


Lo slogan “al di là dell’alternanza” serve a richiamare l’attenzione sull’immigrazione, un tema societario così rilevante sul quale è opportuno evitare posizioni pregiudiziali, analisi superficiali e soluzioni inadeguate. La sua dimensione strutturale è dovuta a ragioni demografiche e occupazionali, che faranno sentire sempre più il loro peso. Il Population Reference Bureau degli Stati Uniti ha recentemente sottolineato che l’Italia è già al secondo posto dopo gli Stati Uniti per quanto riguarda la crescita della popolazione immigrata.
L’atteggiamento, spesso negativo, che si riscontra nei confronti dell’immigrazione, è riconducibile anche al fatto che questo fenomeno si inserisce in un contesto già in parte compromesso e incide sul carico amministrativo degli uffici pubblici, sulla disponibilità degli alloggi, sui servizi sociali, sui trasporti, insomma sulla convivenza nel suo complesso, per cui l’apertura all’immigrazione dovrebbe comportare nello stesso tempo maggiori investimenti per l’accoglienza degli immigrati.
Le cose non sono andate per il verso giusto, perché più della metà degli immigrati è giunta alla situazione di legalità attraverso l’anticamera della irregolarità e questo per diverse ragioni: mancanza di flessibilità nel collegamento tra domanda e offerta di lavoro, attuazione eccessivamente rigida delle norme di contenimento dei flussi irregolari, lentezza nella modifica di disposizioni legislative e amministrative rivelatesi inadeguate.
Si deve essere tutti più coscienti che la gestione dell’immigrazione si articola in un insieme di diritti e di doveri. Da una parte è giusto chiedere ai nuovi venuti l’adesione al nostro patrimonio societario, dall’altra è indispensabile selezionare i contenuti sostanziali da proporre per l’accettazione (valori costituzionali, diritti fondamentali della persona, modello di società laica rispettoso di tutte le religioni) ed essere disponibili a riconoscere agli immigrati il rispetto delle loro culture e diritti più ampi.
In quest’ottica la normativa vigente abbisogna con urgenza di diversi numerosi “tagliandi di revisione”, che possono così essere riassunti:
§ snellire gli adempimenti amministrativi derivanti dalla normativa sul soggiorno degli immigrati;
§ ampliare le risorse finanziarie destinate alle politiche migratorie, con particolare riferimento alle misure per l’inserimento e l’integrazione;
§ determinare quote annuali realistiche per l’ingresso di nuovi lavoratori qualificati;
§ riconsiderare le modalità d’ingresso nel mercato occupazionale completando la chiamata nominativa con la sponsorizzazione e la venuta per la ricerca del posto di lavoro;
§ subordinare sempre le misure di contenimento dei flussi irregolari alla clausola del rispetto dei diritti umani, sia nei centri di permanenza temporanea che nell’esecuzione dei rimpatri;
§ favorire la partecipazione della collettività immigrata alla vita sociale e civile attraverso organismi di consultazione presso gli enti locali e anche tramite l’attribuzione del diritto di voto amministrativo a quanti hanno acquisito la carta di soggiorno;
§ sostenere la vita familiare degli immigrati, facilitando i ricongiungimenti ed evitando nel futuro sperequazioni per quanto riguarda il sostegno ai nuovi nati e l’assistenza sociale;
§ valorizzare la consultazione e la collaborazione del mondo associativo e sociale legato all’immigrazione;
§ ampliare il recupero delle persone vittime di tratta anche con l’inclusione di nuove categorie e un più celere rilascio dei permessi di soggiorno;
§ pervenire ad una normativa sul diritto d’asilo che dia piena applicazione al dettato costituzionale;
§ adoperarsi a livello comunitario per far prevalere indirizzi meno restrittivi e più rispondenti anche alle specifiche esigenze italiane.
Il Dossier intende, come sempre, essere d’aiuto per meglio inquadrare i vari aspetti dell’immigrazione e per intervenire più miratamene e adeguatamente su di essi.
Perciò, Caritas e Migrantes auspicano che tutti gli schieramenti politici condividano la necessità di superare la logica dell’emergenza e dell’ordine pubblico a favore di una impostazione più adeguata, che si faccia carico delle riforme necessarie, inclusa quella in materia di cittadinanza.
Le parole d’ordine da far valere sono: non più invasione ma convivenza, non più emarginazione ma partecipazione, non più estraneità ma cittadinanza.
Caritas e Migrantes, infine, oltre a raccomandare ai cristiani una testimonianza ispirata all’annuncio evangelico, sollecita la collaborazione in campo sociale con tutte le persone di buona volontà e il dialogo con i credenti di altre religioni per evitare che la società laica venga intesa in maniera tale da svilire o mortificare il senso religioso.



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