LE IMPRONTE DEL PASSATO
Antiche impronte fra archeologia misteriosa, religione e fantascienza
Autore: Carmine Camarca
      Lo studio degli Oggetti, o reperti, dell´archeologia misteriosa, inizia cronologicamente parlando con le Sfere di Klerksdorp, ma sarebbe erroneo considerare tutti gli "Ooparts" (dall’inglese, ossia gli "Artefatti Fuori dal Tempo") ritrovati successivamente in base ad uno stesso criterio di analisi: in questo e nei successivi articoli analizzeremo infatti molti oggetti la cui natura estremamente particolare é a volte causa di accesi dibattiti persino fra gli studiosi della stessa archeologia misteriosa. In questo articolo tratteremo un argomento che potremmo racchiudere sotto il titolo di "impronte del passato", e premettiamo che, nel rispetto della nostra linea d’analisi, offriremo i particolari a favore e quelli contro la loro autenticità, astenendoci dal formulare un’opinione personale poiché riteniamo che questa potestà spetti al lettore.
      Il tema dei ritrovamenti di impronte umane fossilizzate non é un problema da poco. Per anni le comunità scientifiche, religiose e scettiche hanno formulato teorie che supportassero o confutassero le scoperte che di volta in volta avvenivano ed ovviamente il trascorrere del tempo ha reso, anche in quest’occasione, nebbiose le testimonianze iniziali delle prime scoperte. La prima testimonianza di misteriose "impronte" é databile al lontano 1822, data in cui l’American Journal of Science notificò il ritrovamento di "orme umane" di circa 140 milioni di anni in zone dell’Arizona e del New Mexico. Al momento, ovviamente, questo ritrovamento isolato non dovette suscitare grande interesse, ma qualche anno dopo, piú precisamente nel 1891, quando il Morrisonvile Times dell’Illinois pubblicò la notizia del ritrovamento di una catena d’oro in un blocco di carbone di 300 milioni di anni la teoria della presenza di esseri umani in tempi remoti iniziò a farsi strada.
      Uno dei casi piú noti, e forse uno dei piú confusi, é quello delle impronte del Paluxy River, in Texas. I dati sono molto intricati, ed oggigiorno sembra che in realtà "impronte del fiume Paluxy" sia il nome dato a due scoperte diverse avvenute, a distanza di tempo, nello stesso posto. La prima di queste scoperte sembra risalire al 1908. Nella cittadina di Glen Rose, nelle vicinanze del suddetto fiume, un’inondazione scoprì tre lastre di calcare che furono scoperte da Ernest Adams. Alcune di queste lastre con "impronte" finirono nella città di Gallup, nel New Mexico, dove furono notate dal paleontologo Roland Bird che decise di approfondire il caso. Secondo la sua teoria, le impronte da lui analizzate non corrispondono però a tracce umane, bensì a dinosauri "bipedi", i cui metatarsi impressi nel fango apparirebbero per coincidenza come l’interno di piedi umani. Questa, in sintesi, la prima scoperta fatta al Paluxy River.
      Successivamente nuovi ritrovamenti alimentarono la teoria dell´uomo in epoche remote. Nel 1931 il geologo Wilbur G. Burrough del Kentuky rilevò impronte di piedi a cinque dita di 24 per 11 centimetri antiche 250 milioni di anni. La scoperta non ottenne alcun riconoscimento dovuto all’impossibilità, secondo la scienza ufficiale, della presenza di uomini e dinosauri nella data da lui fornita, anche se l’esame microscopico dimostrò una maggior compressione dei granelli di sabbia nella zona dell’impronta. Nel numero 8 del 1961 la rivista sovietica "Smena" documentò la scoperta del dottor Chow Ming Chen fatta nel 1959 di un’impronta di una scarpa a nervature su di una roccia composta da arenaria nel deserto del Gobi. La roccia, secondo i dati di tale studio, si sarebbe formata dai sedimenti di un mare che esistette 15 mila anni prima nella zona. L´anno successivo la rivista americana The Geologist pubblicò la scoperta avvenuta nell’Illinois di due piedi umani fossilizzati in uno strato di carbone datato a 300 milioni di anni fa, e nel 1965 li antropologi Bryan Patterson e William W.Howells affermarono di aver ritrovato in Kenya un frammento di omero umano datato a 5 milioni di anni fa. Di questi ritrovamenti oggigiorno non sappiamo piú niente, ed essendo praticamente assente ogni dato su di loro, la loro veridicità o meno viene lasciata all’immaginazione.
      É finalmente nel 1968 quando avviene la scoperta oggi conosciuta maggiormente come "impronte del Paluxy River", il cui nome corretto é però "l’impronta Burdick". É indispensabile sottolineare che i dati di questa scoperta sembrano confondersi ed in un certo senso amalgamarsi con quelli di altri ritrovamenti, come il lettore stesso avrà modo di notare. Questa "impronta umana" sarebbe stato trovata dal ricercatore Clifford Burdick nel luglio 1968 nella zona di Glen Rose, Texas. Il luogo del ritrovamento é dunque lo stesso delle lastre di calcare di Ernest Adams. La Burdick Track, di 35,5 per 16,5 centimetri, sarebbe stata verificata nel 1990 da Carl Baugh e Don Patton, e l’individuo che lasciò le impronte, secondo le misurazioni fatte, sarebbe stato alto circa due metri. Lo staff del Museo Creation Evidence afferma di aver ritrovato successivamente piú di 80 impronte umane assieme ad impronte di dinosauri, nella stessa zona, anche se nelle sue testimonianze iniziali il paleontologo Roland Bird affermò di non aver notato nessuna impronta umana.
      Nella stessa data, 1968, altra coincidenza o forse piú semplicemente un errore dovuto al rimescolarsi delle scarse testimonianze storiche, é segnalata la scoperta dell’"impronta Meister". Nell’estate del 1968, dunque, il geologo William J. Meister avrebbe recuperato ad Antelope Springs, nello Utah, un’impronta umana fossilizzata di 27 per 6 centimetri, e sorprendentemente l’impronta rivelava che la parte posteriore era piú profonda di tre millimetri, come se fosse stata prodotta da una calzatura. La roccia proveniva da uno strato del Cambriano di piú di 500 milioni di anni fa, perciò Meister considerò necessario portare sul luogo il dottor Clarence Coombs, del Columbia Union College e il geologo Maurice Carlisle, dell'Università del Colorado. Altre testimonianze affermano che al momento della scoperta erano presenti anche la moglie e le due figlie del dottor Meister. Quest’impronta, che presenta anche un trilobite schiacciato, é stata ribattezzata "Meister Sandal Track", "l’impronta di sandalo di Meister", dovuto alle peculiari caratteristiche riportate.
      Dati, ripetiamo ancora una volta, estremamente intrecciati, portarono ovviamente a teorie confuse: l’edizione italiana di "Cristianità" del 1978 parlò della prova inconfutabile del creazionismo; altri invece, sempre in numero maggiore, affermano che l’impronta era stata lasciata da uomini che avevano "viaggiato nel tempo"; infine, altri ancora sono giunti ad affermare che "si tratta di impronte aliene". A chi o cosa credere, dunque? Si potrebbe quasi considerare che, se la comunità scientifica internazionale ha ignorato queste tracce, sia per la confusione dei dati in proposito.
      La teoria piú "credibile" nata da queste scoperte, é quella di un’antichissima civiltà. Ovviamente, sono necessarie ben altre tracce perché una simile ipotesi possa anche soltanto essere considerata, ed eppure non possiamo far finta che non siano mai state scoperte le tracce di cui sopra: a coloro che non considerino questi ritrovamenti come dei "falsi", vogliamo dire che, seppur ignorando la vera origine delle impronte, ci resta una sensazione di dubbio simile a quella sperimentata nel leggere i mille racconti diversi del Diluvio Universale; questa sensazione non scaturisce in noi di per sé dalla semplice analisi delle impronte di Burdick e Meister, bensì dalla conoscenza di antiche leggende orientali ed occidentali che parlano di civiltà scomparse, fra le quali l’Atlantide di Platone non é che una delle molte fonti.
      E la lettura di antichi testi non sarebbe fonte di stupore, se successivamente non fossero venuti a conoscenza della stragrande maggioranza ritrovamenti talmente evidenti da suscitare forzatamente il nostro interesse: la scoperta, ad esempio, in Tanzania, su di un deposito di cenere vulcanica antica di 3 milioni e 600 mila anni di impronte che vennero attribuite ad "un antropoide sconosciuto con piedi uguali a quelli umani"; la scoperta fatta dal connazionale geologo Giuseppe Ragazzoni a Brescia di quattro scheletri umani in una formazione rocciosa del Pliocene Medio di quattro milioni di anni fa; la scoperta in Turkmenistan di un’impronta umana in una roccia del Giurassico; la scoperta nella regione brasiliana di Minas Gerais di scheletri umani sui quali erano adagiate ossa di un Toxodonte Megaterio, animale vissuto 7 milioni di anni fa; la scoperta infine di un mastodonte nel Kentucky a 4 metri di profondità, e curiosamente un metro e mezzo piú in basso é stato ritrovato un pavimento a mosaico. Queste scoperte, piú che le stesse impronte fossili di Paluxy e Meister, destano in noi la curiosità e ci portano a chiudere quest’articolo, seppure con i piedi ben saldi per terra (senza voler fare ironie) e coscienti della realtà storica, con una domanda che, forse, non troverà mai la sua risposta.
Carmine Camarca