Come
accertato dalle ricerche effettuate dall'INGV di Pisa, intorno al 6000 a. C. il
fianco orientale dell'Etna crollò in mare e provocò uno tsunami così potente da
devastare non solo la Sicilia e l'Italia Meridionale ma tutto il Mediterraneo
Orientale. Secondo quanto ritengono gli studiosi, esso fu anche responsabile
dell'abbandono dei primi insediamenti urbani sulle coste mediorientali, tra cui
la città di Atlit-Yam, nel nord di Israele, le cui rovine sommerse giacciono ad
alcune centinaia di metri dalla costa. Ma secondo quanto stanno appurando
geofisici e vulcanologi, la catastrofe etnea di 8000 anni fa potrebbe ripetersi
di nuovo (speriamo in un futuro lontano), come indicato dal lento "slittamento"
verso il Mar Jonio della parete est del vulcano, sotto la spinta della Faglia
Pernicana.
     
     
     
      Nel suo suggestivo volume “Misteri
antichi” (edito in Italia nel 1999 dall'Editore Marco Tropea) lo scrittore
inglese
Michael Baigent tratta, fra gli altri argomenti, anche degli
enigmi posti dalle rovine dell'antico insediamento di
Catal-Huyuk,
nell'odierna Turchia, ad una cinquantina di chilometri dalla città di Konya.
      Gli scavi e gli studi condotti da
James Mellaart, il suo scopritore, nella
prima metà degli anni '60 l'hanno riconosciuta come una delle più antiche città
del mondo, risalente perlomeno al VII millennio a. C. insieme ai resti di altri
due insediamenti urbani mediorientali,
Giarmo nel Curdistan iracheno e la
vecchia
Gerico, in Palestina.
      Tutte e tre queste località presentano come
caratteristica comune un sistema socio-economico basato sulle prime forme di
agricoltura e di allevamento.
     
      Rispetto alle altre due tuttavia, Catal-Huyuk si
distingue, sin nei suoi strati più antichi, per il livello avanzato della sua
civiltà e per l'alta qualità dei suoi manufatti: “Qui furono trovate le
testimonianze di un'abilità tecnica mai raggiunta prima; centinaia di coltelli,
pugnali, punte di freccia e di lancia in selce e in ossidiana, la cui
lavorazione tocca livelli di perfezione unici e straordinari, che superano di
gran lunga quelli raggiunti nel Vicino Oriente nello stesso periodo...Furono
trovati anche specchi di ossidiana perfettamente levigati, perline forate con
estrema maestria, gioielli e tessuti di altissima qualità, tappeti, che
testimoniano uno standard di vita elevato. Gli abitanti non usavano vasellame,
ma cestini e oggetti in legno, la cui lavorazione perfetta e sofisticata non ha
uguali in altri insediamenti dello stesso periodo... (M. Baigent, Misteri
antichi, op. cit. p. 156).
     
      Eppure questa città sembra fiorita come
all'improvviso nel VII millennio a. C., col suo grado di civiltà già alto, già
in possesso di tutte quelle conoscenze agricole, tecniche e religiose che
avrebbe poi diffuso ad oriente, verso i bassopiani mesopotamici, e verso
occidente, in Europa e nel resto del Mediterraneo. Un'antica “civiltà-madre”,
insomma, fondata non si sa da chi, ed in possesso di raffinate conoscenze
tecniche e culturali di cui ugualmente si ignora la provenienza.
      Il medesimo
Baigent, tuttavia ipotizza che a fondare Catal-Huyuk siano stati gli abitanti di
altre città ancora più antiche, ubicate lungo la costa meridionale
dell'Anatolia, costretti ad abbandonare i loro insediamenti a causa
dell'innalzamento del livello del mare.
      Spinti dalle mareggiate sempre più
catastrofiche e dalle alluvioni provocate dall'ingrossamento dei fiumi, in piena
fase di scioglimento dei ghiacci alla fine dell'ultima era glaciale, le
popolazioni si sarebbero rifugiate sempre più nell'interno portando con sè le
loro conoscenze, la loro cultura e la propria organizzazione socio-economica. In
tal modo sarebbe stata fondata di punto in bianco Catal-Huyuk, città già alla
nascita più che evoluta e progredita rispetto ai pochi altri insediamenti
dell'epoca.
     
      In realtà scavi più recenti compiuti negli anni '90 hanno
permesso di scoprire che questa città è più antica di almeno 1000 anni rispetto
a quanto trovato da Mellaart, anche se resta confermato il fatto che proprio a
partire all'incirca dal 6500 a. C. si sia improvvisamente sviluppata sotto tutti
i punti di vista: demografico, urbanistico, artistico, religioso, ecc., come in
conseguenza di apporti dall'esterno.
      Sostanzialmente tuttavia, sembra proprio
che il discusso autore del “Santo Graal” perlomeno questa volta ci abbia visto
giusto, poichè mentre consegnava alle stampe questa possibile ricostruzione
delle origini della civiltà umana, sui fondali del mare prospicente le coste
palestinesi gli archeologi israeliani avevano già trovato da alcuni anni le
prove dell'esistenza di insediamenti umani sommersi dalle acque durante la fine
dell'ultima era glaciale.
     
     
Atlit-Yam è una località costiera vicino
l'odierna città di Haifa nel nord dello stato di Israele, ai piedi del famoso
Monte Carmelo che in età cristiana diede origine al culto dell'omonima
Madonna.
      Ad una distanza tra i 200 e i 400 metri al largo dalla costa, ad una
profondità di una decina di metri sotto il livello del mare, gli archeologi
subacquei israeliani, coordinati da
Ehud Galili, sovrintendente alle
antichità israeliane, hanno scoperto sin dal 1984 i resti di un insediamento
umano che 8000 anni fa doveva trovarsi in superficie.
      Vicino ai ruderi di
costruzioni in pietra edificate dalla mano dell'uomo (gli esempi più antichi al
mondo fino ad ora accertati) gli studiosi hanno recuperato utensili in pietra e
in osso, ami da pesca, resti alimentari di lische di pesce e ossa di animali sia
selvatici che in via di addomesticamento, come pecore, capre e maiali, ma anche
cani. E naturalmente molte varietà di semi vegetali, a cominciare dai cereali -
grano, orzo - che certamente dovevano essere già coltivati, insieme a
lenticchie, uva selvatica e lino.
     
      Il rinvenimento in quel sito anche di 65
scheletri regolarmente sepolti secondo precise usanze funebri, sia sotto i resti
delle abitazioni (come nella vicina città di Gerico, ma anche a Catal Huyuk)
come anche all'esterno, testimonia oltre che della presenza di una sofisticata
cultura religiosa anche della consistenza numerica degli abitanti di
quell'insediamento e della loro relativa prosperità.
      Un elemento tuttavia ha
attirato l'attenzione degli archeologi. I resti di una grande quantità di pesce
non consumato dagli abitanti era ancora conservato in buon ordine, forse come
scorta per usi propri o anche a scopo di scambi commerciali.
      Da ciò gli
archeologi hanno tratto la conclusione che il villaggio fu abbandonato in
maniera improvvisa e la popolazione si diede alla fuga senza neppure avere il
tempo di portare con sè del cibo.
     
      La conclusione più logica fino ad alcuni anni
fa sembrava dunque dare ragione all'ipotesi di Michael Baigent dal momento che
proprio una rovinosa mareggiata, presumibilmente intorno al 6500 a. C. , pareva
il fattore più probabile del definitivo abbandono del villaggio, da parte dei
suoi abitanti, all'inesorabile avanzata del mare.
      La presenza delle rovine
sommerse di Atlit-Yam sembra insomma dimostrare che dovevano esistere molti
insediamenti urbani simili lungo le coste (sicuramente ancora da scoprire) che
una volta minacciati dalla risalita del livello del mare vennero abbandonati dai
loro abitanti, in maniera più o meno precipitosa.
      Questi si sarebbero quindi
rifugiati nelle zone interne e sulle alture per poi fondare o stabilirsi in
centri come Gerico e Catal-Huyuk, portandovi le loro conoscenze e le loro
tradizioni (come l'uso di seppellire i propri defunti sotto il pavimento della
propria casa).
     
      Il ricordo dell'aggressione del mare sarebbe tuttavia rimasto
indelebile presso quelle popolazioni, come una paura ancestrale, e questo
potrebbe spiegare anche certe peculiarità architettoniche dell'antica città
anatolica, come le caratteristiche case con l'ingresso dal soffitto (forse
costruite per difendersi da un'improvvisa irruzione delle acque).
     
      Ma da
poco più di un anno a questa parte, dal dicembre del 2006 per la precisione, a
conclusione di uno studio dell'
Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia
(INGV) della sezione di Pisa, gli archeologi hanno puntualizzato meglio la
ricostruzione di quegli eventi antichi, fino ad arrivare a conclusioni ancora
più sconcertanti, che fino a qualche tempo fa solo i tanto deprecati ricercatori
indipendenti - come Baigent e colleghi - avrebbero osato fare.
      L'abbandono di
Atlit-Yam e di eventuali altri insediamenti simili sarebbe stato provocato sì
dal mare, ma non tanto dall'effetto del disgelo dei ghiacci, bensì da un evento
ancora più catastrofico, ovvero un enorme tsunami scatenato dal crollo di una
parte dell'Etna in quello che è l'odierno Mar Jonio.
     
      Il versante
orientale dell'Etna attualmente è percorso da una profonda depressione nota come
Valle del Bove, una zona disabitata e priva di vegetazione che più volte
nella storia delle eruzioni ha raccolto i flussi lavici fino al loro naturale
esaurimento, impedendo così che giungessero alle zone abitate più a valle.
      Fino
alla prima metà dell'Ottocento, quando la vulcanologia era ancora una scienza in
fasce, molti naturalisti europei discussero sulla genesi di questa conca, ed
alcuni, come il tedesco Leopold von Buch, ne ipotizzarono l'origine da un
sollevamento del cono vulcanico.
      Fu l'illustre scienziato catanese
Carlo
Gemmellaro (1787-1866) a fornire negli stessi anni la spiegazione corretta,
ossia che la Valle del Bove è stata generata dal crollo di un lato del cono
dell'Etna. I materiali residui di questo immane collasso sono ancora visibili
alle pendici del vulcano, in un deposito di detriti geologici denominato
Chiancone, nei pressi dell'attuale abitato di
Riposto (Ct) sulla
costa ionica.
     
      Gli studi attuali condotti dal Prof.
Enzo Boschi,
presidente dell'INGV, e dai geofisici
Maria Teresa Pareschi e
Massimiliano Favalli, hanno stabilito che la quantità di materiale
vulcanico coinvolto nel crollo fu dell'ordine di 35 chilometri cubici e che
esso, proprio intorno al 6000 a. C. , raggiunse il mare diffondendosi sui
fondali fino ad una distanza di 20 km dalla costa, come dimostrato dalle analisi
sottomarine.
      La cosa più impressionante tuttavia fu che la grande quantità di
materiale finito in acqua provocò un abnorme tsunami con onde alte più di 40
metri, probabilmente il più grande sommovimento marino mai verificatosi nel
corso della storia umana. Tramite una simulazione al computer ed il confronto
con lo stato attuale dei sedimenti marini sul fondo del Mediterraneo, i
ricercatori dell'INGV di Pisa hanno ricostruito nei minimi dettagli, minuto per
minuto, l'andamento della catastrofica muraglia d' acqua.
      Pochi minuti dopo il
loro formarsi, le onde giganti si abbatterono sulle coste della Sicilia
Orientale senza riuscire a passare più di tanto nel Tirreno grazie allo
sbarramento dello Stretto di Messina.
      Poi dopo un quarto d'ora cominciarono a
sommergere tutta la riviera ionica della Calabria e della Puglia, per poi
abbattersi sull'Albania dove arrivarono all'incirca un'ora dopo il crollo
dell'Etna.
      Le mega-onde dirette ad est raggiunsero invece la Grecia un paio di
ore dopo ed alquanto ridotte in altezza, 10-15 metri, ma ugualmente devastanti.
      Poi fu la volta della costa nordafricana: Tunisia, Libia ed Egitto vennero
raggiunte dopo tre ore dalle onde dirette a sud, con un'altezza di 8-13 metri.
      Infine dopo altre tre-quattro ore lo tsunami raggiunse le coste del Mediterraneo
Orientale dalle sponde della Turchia Meridionale fino a quelle cipriote,
siriane, libanesi ed israeliane, cogliendo così di sorpresa anche gli ignari
abitanti di Atlit-Yam. L'altezza delle onde si era ridotta ad un decimo rispetto
a quelle immediatamente provocate dall'Etna assumendo così le dimensioni e
l'intensità, per fare un paragone, di quelle abbattutesi in Indonesia alla fine
del 2004: sufficienti tuttavia per devastare, mietere vittime e convincere i
terrorizzati superstiti a decidere di allontanarsi definitivamente dall'”ira del
dio del mare” per fondare nuove e più sicure città sugli altopiani delle regioni
interne.
     
     

Ma l'equipe di ricercatori dell'INGV di Pisa
analizzando i fondali del Mediterraneo orientale ha inoltre scoperto
qualcos'altro che potrebbe rivelarsi alquanto inquietante.
      Al di sotto dei
sedimenti smossi dallo tsunami del 6000 a. C. ne sono presenti altri, frutto di
precedenti crolli sempre della parete orientale dell'Etna in epoche ancora più
remote. Il fenomeno risulta particolarmente visibile sui fondali del Golfo della
Sirte, il mare antistante la Libia, che a causa della particolare conformazione
geografica “a lente” ha amplificato l'azione perturbatrice delle onde giganti
sul fondo del mare. Dunque questi eventi distruttivi potrebbero presentare una
periodica ricorrenza nel corso dei millenni, ed il nostro vulcano potrebbe
ancora collassare in futuro provocando un altro gigantesco tsunami nelle acque
del Mar Jonio.
     
      Un segnale premonitore di ciò, anche secondo i ricercatori
dell'
Istituto di Vulcanologia di Catania, sarebbe costituito dal lento ma
progressivo slittamento (dell'ordine di 1-2,7 cm. all'anno) della
Faglia
Pernicana, una frattura geologica che attraversa il cono dell'Etna lungo il
versante nord-orientale, fino ad arrivare alla costa nei pressi dell'abitato di
Fiumefreddo (vicino al già citato Chiancone di Riposto).
      Secondo le
ricerche e le misurazioni degli stessi vulcanologi con strumentazioni geodetiche
e GPS, questa faglia, sottoposta alle pressioni del magma all'interno dell'Etna,
in questi ultimi anni avrebbe accelerato il naturale spostamento verso il mare
di una parte del fianco orientale del vulcano.
      In particolare in occasione
dell'eruzione del novembre 2002 si è assistito anche a spostamenti dell'ordine
di 1-2 centimetri
al giorno, con frane e aperture di crepe sul terreno e
sulle superfici stradali.
      Lo smottamento della Faglia Pernicana - alla quale tra
l'altro si devono gli eventi sismici del 2002 nella zona di Fiumefreddo - è
complicato tra l'altro anche dalla particolare morfologia interna dell'Etna,
composta oltre che da materiali vulcanici anche da antichissimi strati argillosi
sui quali i due margini che compongono la faglia scivolano con tempi e intensità
differente (più veloce la parte che si prolunga fin sotto il Mar Jonio) (cfr. in
Bibliografia gli articoli di: Obrizzo ed altri, Neri ed altri, Criscenti, Azzaro
ed altri).
     
      Può essere di un certo conforto comunque sapere che la scoperta
dell'antico tsunami che devastò il Mediterraneo attorno al 6000 a. C. è stato il
frutto di un progetto finanziato dalla Protezione Civile, dopo il maremoto
indonesiano del 2004, per valutare il rischio di simili pericoli anche nel
Mediterraneo.
      Si rende necessario dunque continuare a mantenere strettamente
monitorato il nostro caro vulcano, senza far mancare i necessari finanziamenti
all'INGV ed agli altri enti competenti (in questi ultimi anni limitati dai tagli
alle risorse), e se la cosa in futuro si renderà proprio necessaria, intervenire
per salvare non solo Catania e la Sicilia, ma l'intero Mediterraneo Orientale
(anche a costo di spianare l'Etna con le ruspe... ).
     
      Ignazio Burgio
Bibliografia
Baigent, M. - Misteri antichi - Marco Tropea Editore, 1999 Milano.
Catal Huyuk - voce della “Wikipedia free encyclopedia” (versione
inglese).
AA.VV. - Catal-Huyuk - in: http://www.terracruda.com/
Dan, C.
- La nascita della città. Un esempio significativo: Gerico - in: L'uomo e il
tempo, Mondadori, Verona, 1974.
Israel Antiquities Authority - The
pre-pottery neolithic site of Atlit-Yam - in: http://www.antiquities.org.il/
(underwater archaeology).
M. T. Pareschi, E. Boschi, M. Favalli, F.
Mazzarini - Lo tsunami dimenticato - in: www.pi.ingv.it/Focus/tsunami.html
(contiene anche il video della simulazione al computer ).
Pareschi, M.
T., E. Boschi, F. Mazzarini, and M. Favalli (2006) - Large submarine landslides
offshore Mt. Etna, Geophysical Research Letters, 33 - in: http://www.agu.org/pubs/crossref/2006/2006GL026064.shtml
F. Obrizzo, F. Pingue, C. Troise, and G. De Natale - Ground
displacements across the Pernicana Fault (Mt. Etna, Italy): a tectonic structure
linked to volcanic activity - Osservatorio Vesuviano-INGV, Naples, Italy -
Geophysical Research Abstracts, Vol. 5, 11838, 2003 - in: www.cosis.net/abstracts/EAE03/11838/EAE03-J-11838.pdf
M. Neri, V. Acocella, B. Behnke - The role of the Pernicana Fault System
in the spreading of Mt. Etna (Italy) during the 2002-2003 eruption. - INGV sez.
di Catania - in: http://www.earth-prints.org/
Criscenti, G. - Il termometro dell'Etna - in: www.galileonet.it/default
Azzaro, R., Puglisi, G., Mattia, M. - La frana di Presa (Piedimonte
Etneo: origine e monitoraggio del fenomeno) - INGV sez. di Catania, in: www.ct.ingv.it/report/Smmacro20021107.pdf
(Contiene una documentazione, anche fotografica, dei movimenti della Faglia
Pernicana).
Pepe T. - Full costing - in: INGVnewsletter,
gennaio 2007, n. 4 (sulle limitate risorse finanziarie dell'Istituto
Nazionale di Geofisica e Vulcanologia).
Nota. Le foto subacquee di
Atlit-Yam sono state gentilmente concesse, per questo articolo e per questo sito
web, dalla Sovrintendenza per le Antichità Israeliane (the underwater photos of
Atlit-Yam were courtesy grant, for this article and this site, from the Israel
Antiquities Authority) - http://www.antiquities.org.il/ -. Le
altre immagini sono tratte dall'enciclopedia libera www.wikipedia.org