Umanitá: questione di cromosomi?, Archeologia, Dicembre 2006

UMANITÁ: QUESTIONE DI CROMOSOMI?
Autore: Carmine Camarca


     Da sempre l´essere umano interroga se stesso sul perché egli sia la creatura dominante sulla Terra. E di spiegazioni ne ha trovate molte. La prima la offre la Bibbia, ed é di carattere religioso: il mondo sarebbe stato "creato" per l´uomo. Successivamente, si é pensato che la capacità dell´uomo di adattare il medio ambiente invece di adattarvisi come gli altri animali sia stato ciò che ha segnato la differenza. Infine, con gli avanzi della scienza si é giunti a restringere l´evoluzione umana al campo del cervello, o piú precisamente delle "circonvoluzioni cerebrali", da cui sembra scaturire l´intelligenza umana. L´uomo ha comunque adottato comportamenti sempre molto particolari nei confronti delle altre specie viventi, provando piacere nel "dominarle", a volte, ma anche nel semplice "umanizzarle", ossia nel vedere in loro comportamenti simili ai propri.
Albero genealogico dei nostri piú antichi antenati


     Potremmo dunque essere propensi a pensare che le somiglianze che di volta in volta riscontriamo con i primati siano dovute a questa ragione, ma non é cosi. A dimostrarlo é un articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista Time di ottobre, che ci narra uno studio genetico che crediamo risulterebbe sorprendente perfino a Charles Darwin e che, nel XXI Secolo, focalizza ancora di piú il campo di ricerca dell´evoluzione.

     Detto studio parte dall´analisi dei tratti che rendono i primati così "simili" agli umani: ciò che maggiormente spicca sono le mani prensili, fornite di pollice opponibile, qualcosa che abbiamo sempre considerato un nostro esclusivo vantaggio; e chiunque abbia visto anche soltanto un documentario non può essere rimasto insensibile all´espressivitá che i loro volti rivelano. Ma la conferma di questi iniziali sospetti fra noi ed i primati é giunta solamente nel 1975, dai ricercatori Mary-Claire King ed Allan Wilson dell´universitá di California: uomini e scimpanzé condividono, secondo le loro indagini, tra il 98 ed il 99 percento del proprio DNA. Un vero e proprio rapporto di parentela, dunque, risalente a tempi del nostro piú antico passato. Questo studio, però, non si é limitato a dimostrarci che effettivamente gli scimpanzé, i gorilla e gli orangutan (nome quest´ultimo che significa "uomo dei boschi", come ci ha chiarito il Salgari nei suoi romanzi) sono "parenti" per così dire degli esseri umani, ma si spinge un tantino piú in là.

     Alla fine degli anni ´90 un team diretto dal ricercatore Svante Pääbo, dell´istituto di antropologia dell´evoluzione Max Planck, é giunto ad una scoperta affascinante: il gene FOXP2, la versione umana che ha un ruolo fondamentale nello sviluppo del linguaggio, si sarebbe evoluto entro i 200,000 anni, data che coincide con l´apparizione dei primi "umani"; ma analizzando la catena di amminoacidi di cui é composta la proteina codificata dal FOXP2 e paragonandola con la stessa proteina presente in vari grandi primati, la conclusione é stata che su di un totale di 715 la differenza di posizioni sostanziale é unicamente di 2.
La seconda parte del nostro antico albero genealogico

     Le prove genetiche non si sono fermate lì, e nel 2004 un team diretto da Hansell Stedman dell´universitá di Pennsylvania ha identificato una quasi invisibile mutazione del cromosoma 7 che riguarda la produzione di miosina.
L´importanza antropologica di questa scoperta sta nel fatto che il gene mutante avrebbe impedito l´espressione di una variante di questa proteina, l´MYH16, inerente allo sviluppo dei muscoli mascellari. Per assumere carattere di prova, é bastato constatare che nei grandi primati questa mutazione non é presente: diventa perciò chiaro, agli occhi dei ricercatori, che sono di fronte alla causa primaria per cui i nostri antenati hanno sviluppato mascelle di dimensioni minori.
     Questa riduzione delle dimensioni avrebbe permesso lo sviluppo del cranio e conseguentemente del cervello, dunque, anche se é una conclusione molto discussa: l´antropologo Lovejoy dell´universitá di Kent State si é ad esempio opposto a quest´affermazione, rispondendo che "i cervelli non erano cresciuti perché gli era stato permesso, ma perché erano stati selezionati, offrendo ai rispettivi proprietari maggiori abilità di caccia e maggiori capacità riproduttive".

     L´anno scorso é giunta la conferma definitiva delle analisi compiute nel 1975: la differenza fra il genoma umano e quello dello scimpanzé é di 1,23 percento, mentre sono uguali il 29 percento delle proteine prodotte. "Queste scoperte - ci spiega il biologo Sean Carroll dell´universitá di Wisconsin - non dovrebbero essere troppo sorprendenti, se consideriamo che prima della mappatura del genoma umano nel 2000 credevamo che l´uomo avesse 100,000 geni ed adesso sappiamo che ne possiede solamente 22,000". A cosa conducono queste scoperte, fuori del campo antropologico? Innanzitutto ad un avanzo nella genetica: si é sempre piú portati ad approfondire gli studi di quei frammenti di DNA "non attivi" che erano considerati irrilevanti mentre adesso vengono studiati come i "rimanenti dell´evoluzione", e sui quali non ci dilunghiamo in questo articolo anche se siamo certi che future scoperte ci porteranno a trattarli.

     In campo antropologico é evidente che si tratta di un enorme passo avanti nelle teorie dell´evoluzione umana, ed indubbiamente sarà ancora maggiore quando, fra qualche anno, il professor Pääbo completerà la mappatura del genoma di un uomo di Neanderthal. La comparazione dovrebbe portare a nuove significative scoperte, che forse ci aiuteranno anche a comprendere meglio gli eventi che videro protagonisti i Neanderthal. Ciononostante l´antropologo Lovejoy, stranamente, non é d’accordo: "essi sono perlopiù un piccolo esempio isolato in Europa, non penso che arriveremo molto lontano studiandoli". Evidentemente egli non era ancora al corrente delle recenti scoperte nelle cave di Gibilterra. É comunque giunto il momento nel quale gli antropologi devono essere partecipanti attivi di detta ricerca, poiché se ai biologi va il pur straordinario merito di decifrare i nostri codici genetici, ad essi spetta invece il compito di comprendere il contesto "storico" della ricerca. Ad essi, inoltre, spetta il compito di chiarire alla stragrande maggioranza che l´umanitá non é, come potrebbe apparire da questo studio, una "questione di cromosomi": in nostra opinione ciò che veramente ha segnato la differenza fra gli uomini e le altre specie viventi, e ciò che ha permesso l´esprimersi di queste proprietà cromosomiche indubbiamente esistenti, é stata la capacità umana, inesistente negli altri animali, di poter scegliere i sentieri della propria esistenza di volta in volta e non attenersi strettamente alle poche "norme" della legge della Sopravvivenza. Una caratteristica perfettamente riassunta nel lemma "Cogito, ergo sum".
Carmine Camarca


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